mercoledì 23 settembre 2015

Vent'anni



Il volo di Icaro - Matisse
Forse quando ne sarò uscita riuscirò a capire veramente questa età triste e eccitata che sono i vent’anni. Quando sarà finita questa faticosa ricerca del progetto e delle fondamenta riuscirò a vedere sopra cosa mi sono issata.
Ricorderò che parlavamo, parlavamo tanto. Chissà se nelle altre età si parla così tanto. Chissà se le parole si usano come a vent’anni per quel loro straordinario potere consolatorio, che hanno di tenerti forza nel compito ingrato di trovare un qualcosa che ti assomigli nella vita. Qualcosa che può andarti bene per il resto della vita. 
Non capisco perché la gente ritenga che i vent’anni siano l’età più bella. Non hanno più la felice stupidità dell’infanzia e nulla ma davvero nulla di spensierato. Di estremo forse, di eccitato. E’ che a vent’anni hai tutto il peso della tua vita futura sulle spalle, di quella vita che devi costruire proprio lì, in quel momento. E pesa, pesa a tutti.
C’è un fondo di tristezza nella gioia dei vent’anni, un’inadeguatezza all’esistenza come se vi ci avessero gettati dentro in quel momento, come se fossimo neo nati a vent’anni impotenti ma con la coscienza  già formata.
Ricorderò che avevamo fede in questo fatto del parlare, che appena rimanevamo soli, a gruppi di due o tre, si tiravano le nottate perché era in quelle parole lì che si risolveva parte della nostra esistenza, quelle parole ci nascevano, ci restituivano la vista e la concentrazione. Perché i vent’anni sono un’età perennemente distratta. Distratta in avanti. E quelle parole nella notte le gettavamo giù come zavorre, per farci scendere. Ed era bellissimo ritrovarci tutti lì per terra, quando fino a quel momento avevamo navigato alto, lontani. Ed era allora che ci riposavamo dal nostro futuro.
Ricorderò bene l’unirsi e l’allontanarsi delle nostre esistenze come se qualcuno ci stesse suonando la fisarmonica. Prima vicinissimi a toccarci con i petti poi lontani a stendere le braccia senza arrivarci, al ritmo di una musica che non aveva suono ma era di vita e anima. In balia di questa vita di carta ripiegata e musicale e dei cambiamenti che avevano lo stesso senso che hanno i cambiamenti di accordi nelle partiture. 
Questo bisogno di partire. Che avevamo tutti, quasi tutti. Un bisogno di mettersi alla prova col mondo, o di mettere alla prova il mondo. Un bisogno di sfogare tutto quello che avevamo accumulato dentro fino ad allora. 
Chiedetelo a chiunque, chiunque avrà voluto andare via a vent’anni. C’è troppa aspettativa in questa vita da ventenni e troppa responsabilità personale, sfiducia in dei o destini. Tutti i ventenni smettono di credere agli dei. E gli dei smettono di dare fiducia ai ventenni.
La sensazione di essere magmatici, di camminare continuando a cambiare forma mollemente, ad ogni passo sciogliersi rialzarsi sciogliersi senza mai solidità, senza mai qualcosa di definitivo. L’instabilità dell’anima all’interno che cade e si riforma e si stupisce di tante cose come la vita ad esempio. 

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