lunedì 11 aprile 2016

La posta del cuore di George R. R. Martin

Stavo pensando che uno dei migliori paradigmi dei rapporti uomo donna l'ha dato, forse inconsapevolmente, l'ultima persona sulla faccia della terra cui chiedereste consiglio sull'argomento: George Martin (per chi ancora lo ignorasse, autore de Il trono di spade).

La pessima rappresentazione della donna nei suoi libri, che per lo più è incestuosa, stuprata o prostituta, e il sadismo con cui uccide, mutila o deturpa gli esseri umani nella sua opera denotano quantomeno una natura antisociale: comunque sia l'ultimo cui chiederesti consiglio sui tuoi rapporti di coppia. Eppure secondo me, seppur involontariamente o per illuminazione trascendente, Martin ha perfettamente rappresentato la dinamica dei rapporti uomo-donna e precisamente in questa frase: You know nothing, Jon Snow.
Tu non sai niente, Jon Snow.

La frase in questione è pronunciata da Ygritte, una bella, forte, indipendente donna barbara che si innamora di Jon Snow, ragazzino altamente ambizioso, uno che sa sempre cosa va fatto e cosa no, votatosi a una sorta di ordine di soldati monastici a guardia di una barriera che divide il mondo civile dal mondo dei barbari per evitare che sconfinino dal Messico negli Stati Uniti, no, perdonate, dalle terre dei barbari alla terra del nord.

Il ragazzo in questione, che in futuro farà carriera in particolare a seguito di una vittoria sui barbari dove, come effetto collaterale, ha trovato la morte anche Ygritte (vicenda abbastanza esemplificativa, quasi simbolica anche questa), quando conosce la ragazza è infiltrato tra i barbari e finge di essere passato dalla loro parte, i due vivono una fantastica, esotica, storia d'amore invernale.

Tutto apposto, se non fosse che Ygritte insiste a voler parlare e su ogni cosa hanno uno scontro di pareri opposti. Di qui la frase ripetuta ossessivamente, almeno 10 volte in 20 pagine di storia d'amore: You know nothing, Jon Snow.

Pensata dall'autore probabilmente come una specie di "tu pensi che io sia una selvaggia" alla Pochaontas rivolta a John Smith (curiosa omonimia del personaggio maschile), a voler dire tu vieni da un modo civilizzato, credi che noi siamo incolti e arretrati e invece siamo solo diversi, in realtà Martin non sa che ha un significato ben più universale e profondo.

You know nothing, Jon Snow è il rapporto tra uomo e donna. E in particolar modo, ogni volta che un uomo crede di avere una chiara visione del mondo, una solida comprensione di qualcosa, che non gli sfugga niente, che non via siano zone d'ombra o possibili altre implicazioni o interpretazioni, riguardo alla propria compagna ma anche a tutto il resto, solitamente invece gli sta sfuggendo proprio tutto e se non tutto un risvolto essenziale.

You  know nothing dovrebbe essere la risposta di tutte le donne ai propri uomini che credono di averle comprese perfettamente o di sapere bene come gestire un rapporto o una situazione senza ascoltarle o senza uscire dal loro mondo noto.
You know nothing, la risposta, ripetuto all'infinito fino a entrargli nel cervello.
Purtroppo solitamente, con meno stile, è un esaurimento nervoso e un vaffanculo.

martedì 1 marzo 2016

La nuova era del processo. Terza parte.

3. Un buon momento per un cambiamento

Se potessi scegliere una colonna sonora per i miei ultimi venti anni di vita penso sarebbe Please please please let me get what I want dei The Smiths che ricomincia a loop fino a non avere più significato. Il mio problema però è che raramente ho avuto chiaro che cosa volessi dalla vita. Mia madre direbbe che è perché avevo sempre avuto tutto facile e non avevo dovuto affrontare i veri problemi della vita. Mio padre no. Non lo diceva. Forse perché mi assomigliava. Due spilungoni con gli occhi tristi.
 E’ in quel fondo di tristezza che leggo il filo di continuità della mia vita, me l’ha travasato da occhio a occhio, il mio babbo. Il sentimento che ogni cosa in fondo abbia poco senso. Salvo quei momenti. Non so esattamente cosa siano. Io li ho sempre chiamati i miei momenti di “epifania” ma non sono sicuro che sia il termine giusto. Sono dei momenti, istanti, che hanno costellato la mia vita fin dall’adolescenza, sempre più rari, man mano che crescevo. Momenti incredibili di illuminazione, di serenità infinita, di contemplazione della bellezza del mondo, della bellezza di essere vivo, di respirare, di avere un cielo sulla testa e un cuore nel petto, bellezza di poter sentire, vedere, commuoversi, minuti in cui ero tutto sensi, tutto sensi protesi verso il mondo fisico. Di solito avveniva in istanti di non vita, ore rubate a quel marasma di desideri, doveri e ansie che è l'esistenza umana: quando restavo sveglio fino alle 5 con i miei amici e poi loro se ne andavano a dormire e io invece prendevo la macchina e andavo vicino al mare e aspettavo l’alba o quando mi svegliavo all'improvviso e non riuscivo più a dormire e sgattaiolavo via senza svegliare mio fratello che dormiva nella mia stessa stanza, mi buttavo una cosa qualsiasi addosso e scendevo in strada e riscoprivo la mia città, svuotata, pulita anche se sporca, ma di una pulizia delle cose degli uomini, dei rumori, dei desideri, delle incombenze, delle angosce. Le città vuote di uomini sono così docili, come animali fedeli che ti hanno seguito tutto il giorno nelle tue peregrinazioni e alla fine possono addormentarsi, soddisfatti, riposarsi serenamente prima di doversi svegliare e ricominciare a seguire passo passo gli infiniti giri a loro incomprensibili dei padroni.
Solo in quei momenti di solitudine e pienezza mi sentivo vivo, indicibilmente vivo, effettivamente vivo. Così com’ero, io solo. Non vivo come emanazione riflessa nelle persone della mia vita, non vivo come individuo nella società, come uomo nella razza umana, vivo come me. Esattamente come me, come il mio corpo e un animo che finalmente si spandeva tutto, come gas, fino a riempirmi in ogni piccolo spazio disponibile.
Io vivo nell’attesa di quei momenti che mi mettono al mondo, non la mia laurea, non la prima volta che ho fatto l’amore, non quando ho scoperto di tenere realmente ad un’altra persona, non quando ho vinto la mia prima causa, nessuno di questi giorni vale un secondo di quei pochi minuti rubati al flusso delle cose umane.
Il problema è che non ho mai realmente capito come si vive nella restante parte del tempo.

Mi guardo nello specchietto dell’auto, mi guarda indietro un Lupin piuttosto invecchiato con due occhiaie da bassettound. Se avessi fatto il musicista o il pittore questa tristezza esistenziale sarebbe stata incredibilmente affascinate. Così sono solo un avvocato depresso. E non c’è niente di più patetico. Già lo è fare l’avvocato sforzandosi di avere una parvenza di felicità o equilibrio. Avete idea di come sia lavorare prendendosi carico dei problemi della gente, litigando per conto loro, cercandone le soluzione quando si è assolutamente incapaci di farlo con la propria vita?

-        - Hai sbagliato tutto nella vita.

Ho sbagliato tutto nella vita. Quella che me lo sottolinea praticamente ogni settimana è una delle mie più vecchie amiche, Margherita, Pubblico ministero di un metro e cinquanta scarsi, capelli corti, fisico da ragazzino di quindici anni, cuore da colibrì iperattivo. Leggermente più grande di me, mi ha adottato praticamente da subito, io pennellone lento e perennemente spaesato nel tribunale e nella vita, mi ha preso sotto le sue alucce incredibilmente resistenti e mi ha guidato quel po’ che era necessario per far sì che almeno iniziassi a muovermi. Poi è volata a fare il suo lavoro, instancabile. Periodicamente torna da me a tentare di mischiarmi un po’ della sua naturale e ininterrotta forza dinamica.
-         - Tu dovevi fare lo scrittore o il professore di letteratura o di filosofia. Che ci fai qua tra le cose più pratiche del mondo? Non ci capisci proprio niente. Non fanno per te. Il diritto sono tutte le cose più piccole e spicciole della vita umana, serve per regolarla, capisci? Per farla scorrere ordinata. E’ una grande mamma chioccia per noi. Uno di quei capifamiglia senza il quale la famiglia si disgregherebbe nel panico. Poi, che ognuno dà una propria interpretazione delle direttive del nonno è pure normale, per questo ci si scontra, ci si mette d’accordo, si trova un compromesso. Ma tu che ci fai qui? Tu sei il nipotino fragile e distratto, quello che resta in un angolo a fissare per ore fuori dalla finestra, mentre nella stanza impazza la rissa di famiglia. Come ti è venuta l’idea che da grande avresti potuto arbitrare o addirittura partecipare a quella rissa? Per te è arabo. Non ti ci diverti come noi. Non ti lasci guidare dai tuoi obiettivi, dai tuoi desideri, dai tuoi guadagni o da quello che credi giusto, come facciamo noi altri che si lavora nel diritto. Partecipi solo per finta, poi dopo aver fatto il minimo del tuo dovere, torni a guardare fuori dalla finestra.

Io ho sbagliato tutto nella vita. Ne sono consapevole. Ma il diritto di cui parla Marghe, il diritto che ho conosciuto giorno per giorno nel tribunale, fatto di facce, di carte, di tempi e di relazioni umane, non è il diritto che avevo amato all’università. Il diritto che avevo conosciuto io, nella mia altra vita, non era il vecchio capofamiglia cocciuto e un po’ scemunito, da cui cavare massime coerenti di convivenza, era un flusso ininterrotto di bellissima informe materia, in continuo cambiamento. E tu, studioso, eri insieme artista e scienziato: la studiavi, la conoscevi, la manipolavi, ne comprendevi le regole interne e comprendevi come avrebbe interagito con l’esterno, poi, nella forma che le avevi donato, la mandavi nel mondo e ti mettevi ad osservarla per vedere come se la cavava, se avevi avuto ragione a pensarla così, a interpretarla così, se resisteva, se andava cambiata o integrata. Ma tu eri sempre fuori, al di sopra, guardavi dall’alto quella materia fluida che scorreva in mezzo ad altri, uomini donne, avvocati, giudici, pubblici amministratori, imputati, cancellieri, polizia giudiziaria, tu osservavi tutti e osservavi la tua materia come interagiva con loro e come loro la mutavano e la rendevano vitale, ma anche come si distorceva e reagiva male con altre componenti. Allora la riprendevi con te, la riportavi in laboratorio, nella tua testa, e provavi nuovi esperimenti, nuove combinazioni, immaginavi nuove soluzioni. Questo era per me il diritto nella mia vecchia vita. Niente che mi riguardasse da vicino o la mia esistenza. Apparteneva solo alla mia mente.

martedì 16 febbraio 2016

Riflessioni, le matin. Di caffè, di scrittori, di Emmanuel Carrere, di un teatro passato, di realtà e di irrealtà.

La mattina: quando la coscienza si è appena accorta di non essere più spenta e di non essere più buia, irrorata dal caffè del mattino, questa specie di trasfusione di vitalità, che da una certa età in poi è necessaria per iniziare a vivere ogni giorno, durante la quale io leggo. Leggo perché i libri, al mattino, sono per me, anch’essi una trasfusione di vita, di vita mentale, di vita interiore, non saprei come chiamarla. E’ come se nutrendomi delle loro parole, io avessi la materia prima per poi trasformarla nelle mie e riutilizzarla come mie parole, cosa che non potrei fare in assenza delle loro, perché non avrei la materia da trasformare. E poi leggo la sera, prima di andare a letto, perché leggo prima di andare a letto? Perché è come se quella vita di altri, perché il libro non è altro che la vita di un altro che raccoglie in sé la vita di altri, la vita dello scrittore che raccoglie e salva la vita delle persone che hanno ispirato il libro, o la sua stessa vita, o tutto quanto insieme. Ebbene tutte quelle vite che non sono la mia, è come se dessero un senso alla fine della mia giornata, qualsiasi cosa abbia fatto in quella giornata, leggere di loro, mi dà un senso, mi fa sentire parte dell’umanità come ad altre persone stare in una comunità, aiutare, costruire qualcosa, li fa sentire parte dell’umanità.
Stamattina ho letto uno scrittore francese, scoperto appena, grazie ad un articolo di un anno e mezzo fa, che ho trovato casualmente in un vecchio giornale. Quell’articolo mi ha innamorato perché era così personale, perché gli scrittori, a differenza dei giornalisti, hanno questa bellissima capacità di trasferire sé stessi, la propria umanità, tutto quello che pensano, che vedono, nei loro scritti. Sì, sono dei pazzi egocentrici, sicuramente, egocentrici fino al midollo, ma di un egocentrismo autistico, chiuso:  voglio che mi guardiate ma non come me stesso, ci deve essere un mezzo tra me e voi. Io voglio essere guardato da voi ma non dritto negli occhi, ho bisogno di uno schermo e quello schermo è la scrittura, sono le loro parole, i libri, gli articoli.
Questo scrittore però, era più onesto degli altri, più vivo degli altri, perché metteva sulla carta il suo nome, la sua vita, niente personaggi, niente pseudonimi, era lui e basta. E mi è piaciuto così tanto che l’ho comprato di corsa, appena ho finito di leggere quell’articolo sono andata in libreria a cercare i suoi libri e ne ho preso uno dal titolo decisamente eloquente. Si chiama “Vite che non sono la mia”. Vite che non sono la mia, eh. Non è questo che fanno gli scrittori in fondo? Rubano vite che non sono la propria. In qualche modo si arrogano il diritto di raccontarle.
Ma perché loro, mi sono sempre chiesta, perché loro si arrogano il diritto di raccontarle? Perché gli altri cedono, talvolta di buon grado, questo importantissimo diritto, quello di parlare della propria vita, quello di consegnare il senso della loro vita alle parole? Perché? Beh io penso che sia perché riconoscono il talento, riconoscono la vocazione.
 Perché ci si lascia ritrarre da un artista? Tutti quei quadri, di secoli e secoli, madonne con facce di povere contadine o borghesi che posavano per quadri scandalosi di avanguardia, perché lo facevano? perché si donavano in questo modo al talento, talora totalmente estraneo? Non lo so.
La spiegazione è difficile da trovare, ma credo che raccolga e racchiuda in qualche modo tutta la bellezza degli esseri umani, la vanità sicuramente, ma non è solo vanità, perché loro non lo fanno solo per sé stessi,  lo fanno per quell’arte di cui l’artista che li sta immortalando è solo un tramite. Loro vogliono inserirsi in quel flusso che legherà se stessi e l’artista e il loro tempo ai tempi futuri e vogliono entrarci perché sanno quanto sia importante tutto questo per il genere umano.
Stavamo dicendo, il libro che ho letto, stamattina, è un libro di quelli bellissimi, che non trasfigurano totalmente le vite che gravitano intorno all’autore, lasciano nomi, date, luoghi, così come sono, però è come se le esaltassero, come se riuscissero a trovare l’oro, l’oro puro, in quello che per noi sarebbe solo una manciata di terra, di terra comune, di terra già vista, magari a volte terra bella, terra interessante ma solo terra. E loro vedono luccicare l’oro. Poi, sì, ci vuole un processo particolare perché quell’oro si riveli in tutta la sua bellezza, perchè smetta di sembrare terra, e quel processo deve essere fatto con cura e con sapienza, ed è quello che fanno loro. Perdonatemi la metafora, è un po’ trita quella dell’oro, ma è quella che forse rende meglio l’idea. E allora ho iniziato a pensare agli uomini della mia vita, ho iniziato a pensare, perché io, che voglio scrivere, che ho il senso, la voglia, se non il talento, di scrivere, perché non riesco a illuminare così, a setacciare così, le persone, che ho a mia disposizione, che non sono meno speciali di quelle che quello scrittore ha a sua disposizione, anzi, anzi.

Un uomo fuori da un’agenzia di viaggio, sta spruzzando acqua su un bonsai, il termine tecnico dovrebbe essere nebulizzare.
Ma stavo dicendo di stamattina e del mio desiderio di parlare e di pensare, cosa ho pensato. Ho pensato alla mia semipermanenza in mezzo a della gente di teatro, perché? Perché, mi sono accorta che il teatro, che si crede essere il luogo della massima finizione, luogo dell’inganno, in verità, è il luogo della realtà. Quello che ho scoperto, frequentando attrici, ma attrici vere, attrici appassionate, attrici che ne vivono, che non fanno altro, che lo insegnano, e questo è ancora di più, perché per insegnare qualcosa devi prima conoscerla e per conoscerla devi entrare, tuffarti dentro quello che stai facendo, una cosa è fare e una cosa è dover estrinsecare, estrapolare, per darla ad altri, e così mi sono resa conto di questo, che io ero l’unica che mentiva là in mezzo.
 Tra tutte le persone che recitavano, io ero l’unica che mentiva, e forse questo mi ha reso la più scrittrice di tutti. Lo scrittore tra gli attori, è lui quello che mente. Perché? Perché non bisogna credere che il teatro sia finzione, in realtà il teatro attinge ai serbatoi più concreti di realtà, quelli che uno ha dentro di sé.
Una delle due insegnanti all’inizio del mio corso, frustrata dalla mia incapacità di attingere alla realtà, di manipolarla, di prenderla e farne qualcosa, anche solo buttarla fuori, esporla, frustrata da questa mia totale irrealtà, ha detto: “La  vergogna in teatro- e per questo intendeva la timidezza, la pudicizia, l’imbarazzo- la vergogna in teatro  è volgarità”.
 Non so se fosse una sua frase, o se gliela avessero ripetuta i suoi maestri al tempo, ma è una frase verissima. E dovrebbe essere vera anche nella vita per quanto ne so. La vergogna in teatro è volgarità, chi si vergogna in teatro è come in un salotto buono qualcuno di sguaiato, che parla ad altissima voce, che monopolizza l’attenzione, che monopolizza la conversazione. In teatro chi si schernisce, chi si vergogna, è qualcuno che non rispetta le regole civili, le regole del teatro. Vagli a dire, che io ho un problema con la realtà, un serio problema. E mi sforzo, sì, di capirla, di esserne parte. Ma è un processo difficoltoso, per me, in qualche modo monca, è difficile arrivare a quello che per altri è invece qualcosa di assolutamente naturale. Perché, non so, me lo sono sempre chiesta, ma è inutile cercare di trovare una spiegazione, perché sono fatta così e basta.
Quello che mi preme dire, che mi premeva dire poco fa, e che ora mi riesce un po’ più difficile, perché a me la coscienza viene su a ondate, a rigurgiti che poi ti lasciano il sapore in bocca, un po’ acido, a volte dolciastro, un sapore digerito di cose che tu hai conosciuto attraverso i sensi, hai preso dall’esterno ma poi hai intriso di te, perché la digestione non è altro che questo se ci pensate: inserite in voi qualcosa di fuori, di prodotto da altri, e poi lo intridete di cose del vostro corpo.
Prima entra in voi, si fa questo bel tour di vostre secrezioni, di vostri umori, striscia nel vostro interno e poi si riempie, il cosiddetto bolo, si riempie di saliva, di succhi gastrici e poi, sì, viene scomposto, ma non è che il suo passaggio resti indifferente a voi, passi inosservato, non è così: Lascia qualcosa, prende qualcosa, esce diverso.
E il gusto, che cos’è il gusto? A parte sorbire di quell’”esterno”. Il gusto è anche memoria, è anche ricordo sensoriale, di quello che voi avete conosciuto in qualche modo, tra tatto gusto olfatto. E poi memoria. E non è diverso con le esperienze della vita, non è diverso, sebbene entrino per altri canali, sebbene siano meno materiche, come accade col cibo, il cibo è sfacciato in questa sua materialità, è sfacciato in questo suo percorso, ma lo stesso accade con tante altre cose: accade con gli odori, accade con i pensieri. Quante volte accade con i pensieri.
E quindi, Io e il teatro. Se mi interrogo sul perchè io abbia voluto fare il teatro, rispondo in vari modi: uno è quello di questa dannata ansia che io ho di essere quello che non sono, il secondo è quello del fatto che ho una scarsissima conoscenza di me.
 Io sono profonda più dell’antro più profondo e oscuro, io sono infinita più dell’universo infinito e sconosciuto, non perché io sia speciale, ma perché è così, ogni essere umano è così.
Io non ci credo che ci siano persone che hanno una conoscenza così chiara e finita di se stessi, loro credono di averla, è perché non si sono posti ancora in determinate situazioni, non si sono ancora posti determinate domande.
Sicuramente sono più ancorate alla realtà di me, meno perse in loro stesse. C’è un modo più chiaro di esplorare sé stessi, piuttosto che gettarsi nel buio, buttarsi alla cieca nel buio come faccio io.
 Puoi legarti a una corda, puoi puntellarti a una parete, puoi portarti i bengala, che illuminino il percorso, puoi studiare, leggere, quello che hanno fatto altri prima di te, immergendosi in altre grotte che non sono loro stessi, e seguire quella strada. Si, sono sicuramente approcci più sensati, piuttosto che calarsi alla cieca e cercare di capire, di individuare, quello che i sensi ottenebrati cercano di mandarti, cercano di decifrare, ma io faccio così. Sono fatta così. Che posso fare? Migliorare, sicuramente. Ma migliorare me stessa non è stato mai il mio pezzo forte, denigrarla si, criticarla si, migliorarla no, non molto.
Quindi scarsa conoscenza delle proprie capacità e caratteristiche, voglia di sperimentarle si, e dall’altro lato, c’è il ricordo dell’infanzia, che è una cosa che mi perseguita. Io devo liberarmi della mia infanzia perché se no continuerò a cercarla in ogni cosa che faccio, a cercare di riprodurla. Ci sono esperienze che puoi fare anche al di là della tua infanzia, anche ammettendo di essere cresciuta. Ammettilo, porca miseria, cerca altre esperienze.
Da piccola ho amato recitare, ero molto brava, per quanto possano essere bravi i bambini, ma avendo conosciuto bambini che erano incapaci, veramente incapaci, di recitare, ed io spiccavo, su di loro,devo ammettere che lo facevo bene. Perché immaginavo, perché riproducevo, copiavo e riproponevo, come fanno gli attori, rimasti in questo modo bambini. Io li invidio, non lo riesco più a fare, la mia mente è bloccata, non immagina più, il mio cuore è bloccato, non sente più, la mia immaginazione è bloccata, non riproduce più. Volevo trovare un modo per sbloccarmi e non ci sono riuscita, tutto quello che ho prodotto sono stati momenti di possessione quasi orgasmici e incontrollati, la caduta, la perdita delle inibizioni, ma questo non è teatro, questa non è immaginazione controllata, questa non è attingere al reale, è solo togliere i freni, e allora ho fallito in questo mio tentativo, ma ho fallito solo a causa mia, perché avevo delle ottime insegnanti, perché avevo un ambiente protetto e stimolante di persone intelligenti e dotate che volevano divertirsi.

Ma io? cosa volevo fare io? Io volevo assistere. Il mio desiderio principale in ogni cosa, non è fare ma assistere, io sono un testimone. Quando studiavo procedura penale, sul mio manuale, al margine, io avevo scritto: Non giudice, non imputato, ma testimone sempre. 

venerdì 12 febbraio 2016

Professò, permettete uno sfogo (non molto) poetico?: Il razzista metropolitano

Il razzista metropolitano


Ho un serio problema con un particolare esemplare umano: il razzista metropolitano. 
I razzisti sono una cosa schifosa, è chiaro. Sono come degli animali carnivori che si nutrono del proprio stesso branco. Iene che si nutrono di iene, avvoltoi che divorano avvoltoi. I razzisti non sono solo un'involuzione della razza umana, sono proprio un'inversione della catena alimentare. 
Un solo altro organismo eguaglia questo processo: la cellula tumorale. 
Detto questo, non pone alcun problema di riconoscimento il razzista selvatico o "nature". Quello che gira col casco integrale con sotto la rasatura da naziskin, il manganello che spunta dalla tasca dei pantaloni e la croce uncinata tatuata su una spalla, per intenderci. 
Se vedi una merda di cane per strada, tipicamente olezzante, marroncina con sfumature giallastre, un po' molle o un po' secca, a seconda dei casi, non pensi che sia un fungo spuntato dal terreno, un frutto caduto da un albero o un oggetto smarrito. Una merda è una merda. E fa schifo. C'è poco da fare. 
Ma se quella stessa merda (tipicamente olezzante, marroncina con sfumature giallastre, un po' molle o già un po' secca a seconda dei casi) la trovi, che so, come soprammobile in una casa elegante o come fermacarte in un ufficio, allora ti poni qualche problema. La prima inevitabile reazione è di rimanere sconcertato.
 In seguito, inizia un titubante, cauto, dialogo con te stesso. 

IO (cauto): Ma questa è una merda...
ME (titubante): a prima vista così sembrerebbe. Ma potrei sbagliarmi...
IO: no, è proprio una merda merda. Dammi retta. 
ME: senti, è possibile che ci sbagliamo. Se era una merda qualcuno prima di noi l'avrebbe notato, non l'avrebbero mica lasciata lì. 
IO: è tipicamente olezzante...
ME: tante cose hanno un odore tipico penetrante. Prova a dormire nella stessa stanza con un formaggio di fossa.
IO: è marroncina con sfumature giallastre.
ME: Potrebbe avere assunto quel colore per diverse cause. Ho visto uno che aveva fatto una serie di lampade sbagliate che aveva esattamente quel tono di colore. 
IO: è un po' molle (o un po' secca, la cosa non cambia). 
ME: mah... chissà. Comunque non mi convince. Che vuoi saperne della consistenza osservandola da questa distanza, magari è un effetto ottico. Magari se ci avviciniamo sparisce. 
IO: no, senti, quella è proprio una merda. E tu sei uno stronzo. TUUTUUTUU
ME: pronto? Pronto???

Ecco. Il razzista metropolitano provoca questo turbamento, questo dissidio, come chiamarlo, questo sdoppiamento interiore in me, che si conclude inevitabilmente con la incazzatura di una parte di me e la totale confusione dell'altra.
Tu conosci uno - mettiamo avvocato - giacca, cravatta, ventiquattr'ore, educazione universitaria superiore, parla di libri, di cinema, di musica, non ha armi contundenti nella tasca di dietro dei pantaloni, non ha mai picchiato nessuno, non ha dato fuoco a senzatetto o rotto vetrine di negozi. Se gli dessi un tirapugni di ferro probabilmente ci si pettinerebbe i capelli. 
Sei dunque incline a ritenerlo una persona quantomeno integrata nella società, insomma gli attribuisci un bagaglio minimo di rudimenti della civiltà. Poi, casualmente, ci passi una serata e, in meno di due ore, ti accorgi che ha insultato nell'ordine cinesi, negri, froci, terroni e disabili. E tu sei rimasto lì, a sentirlo parlare con lo stesso medesimo tono di quando ti raccontava dell'ultimo film di Sorrentino. 
Mentre a te ti si è gelato sulla faccia lo spremuto sorriso di circostanza che avevi assunto fino a quel momento. 
Quest'uomo non ha mai fatto alcun male a un cinese, lo sai per certo, anzi ha sempre trattato ciascuna di quelle sue categorie con proprietà formale. Però le disprezza. Ci si sente superiore, lui in quanto maschio italiano bianco privilegiato. 
E allora cominci a capire che quel sottilmente olezzante razzismo metropolitano non è altro che un modo facile per averla interiormente vinta sugli altri. 
Capisci che questo è un ominicchio piccolo piccolo e spaventato che non ha trovato niente di meglio per avere un'immagine positiva di sè che denigrare quella degli altri in base a comodi, credibili, sperimentati e abbastanza diffusi stereotipi. 

Inizi ad avvertire l'odore tipico più deciso. 

Un ometto che non ha trovato niente di meglio per inserirsi nel mondo che unirsi a questo vasto popolo sotterraneo di uomini virtualmente incappucciati che, non riuscendo in alcun modo morale, lavorativo, fisico, ad elevarsi sugli altri, li schiacciano nella loro testa per farli diventare piccoli e brutti e trionfare su di loro nel minuscolo spazio della loro interiorità. 

Noti il colore marroncino, le sfumature giallastre. 

Questa fetta di umanità che ha trovato troppo faticosa la faccenda dell'evoluzione o proprio non ha la capacità o la materia prima per farci un essere umano completo, e allora ha bisogno di un cervello collettivo, in comune, pensieri preconfezionati, in comodato d'uso, pacchetti di convenzioni e convinzioni facilmente e comodamente aderibili. 
Oscar Wilde scriveva "Non disprezzare la società, lo fa solo chi non può entrarci". Chi disprezza l'umanità è solo perchè non può entrarci. 

ME: è molle... E' proprio una merda. 
IO: Alleluja! Ci sei arrivata. 
ME: pace fatta? 
IO: pace fatta. 




giovedì 11 febbraio 2016

La terza era della procedura penale. Parte seconda.

2. Ricordi di una vita passata 

La verità nel processo non esiste.
Se studi diritto, te lo insegnano al quarto anno di università. Se fai la pratica di avvocato, già dopo il primo mese ne sei convinto.
Di tutti gli strumenti che hanno a che fare con le cose umane, il processo è il più difficile, labile, impreciso, confuso. Lo scopo di tutti quei termini, quelle scadenze, quelle formalità, lo scopo perfino della disposizione dei banchi in aula e della toga del giudice è quello di dare un ordine e una forma a qualcosa di totalmente magmatico, aleatorio, fallibile.
Eppure il processo è una delle pratiche più longeve nella storia dell’uomo. E’ qualcosa di cui l’umanità non può fare a meno. Che, anzi, agogna, desidera, pretende, brama.
Processo, processo, dateci un processo. Ci cadono tutti, dai colpevoli agli innocenti, dai giustizialisti ai garantisti.
Il processo interessa, appaga, entusiasma.
Il processo dà un senso allo scorrere della vita, è il fiume delle cose umane che passa in un letto accuratamente scavato, con un disegno che viene limato da secoli.
Eppure, la verità non è qualcosa che appartiene al processo.
“Stronzate! Stronzate! Le tue vaccate da intellettuale dei miei coglioni. Cos’è sei insoddisfatto della vita? Suicidati o fatti una scopata, ma evita di fare danni all’umanità con le tue teorie da esistenzialista del cazzo”.
Chiudo gli occhi e cerco dentro di me quell’odore di lana sporca e fumo stantio che si portava sempre dietro il mio maestro, un’emanazione esterna del suo spirito acre e incontenibile. 
Stronzate del cazzo. Il mio maestro era uno dei più grandi processualisti del suo tempo e parlava come uno scugnizzo dei quartieri spagnoli che ha fatto scuola sulla strada e nei vicoli bui della metropolitana, quello che era stato per i primi diciotto anni della sua vita.
Quello della sua giovinezza era un tempo strano e confuso. La guerra mondiale aveva stravolto tutti gli ordini e le convenzioni, aveva rotto le barriere, spazzato via le sicurezze di secoli. I professori universitari si esprimevano con volgarità irripetibili, i contadini e i soldati riscoprivano pensieri di un lirismo straziante, la bellezza alle volte era nella morte, la bestialità nella vita, a volte coraggioso era chi uccideva, a volte chi riusciva a non farlo. Il potere, il governo, il sapere, la comunicazione e la cultura erano in un momento di nudità e di irripetibile realismo. Erano saltate, per un istante, per un periodo brevissimo, un soffio nella storia di un popolo, le ipocrisie su cui da millenni gli uomini strutturano la propria vita per riuscire a viverla comoda.
Vivere comoda la vita. E’ come prendere un treno ultrarapido e confortevole verso la morte. Poche fermate, servizio snack. Di quelli così veloci e confortevoli che del viaggio non te ne accorgi neanche. Del viaggio non te ne accorgi neanche e, all’improvviso, sei arrivato. Sei morto. E allora aspetta un attimo. Non è la comodità la cosa più importante di questo viaggio, non è la poltrona di pelle reclinabile e lo stomaco pieno che ti concilia meglio il sonno.
Lui mi ha cercato di insegnare principalmente questo: di viverla il più scomodamente possibile la vita, tenerla come un sasso appuntito nell’imbottitura della poltrona che ti ricorda inesorabilmente che hai un culo di carne viva e di non dimenticartelo mai, di essere vivo, di soffrire, di cambiare posizione. Si incazzava a bestia e iniziava a urlare e a imprecare davanti al mio pessimismo, fatalismo e alla mia arrendevolezza.
Aveva quella sciarpa rossa logora e quei maglioni lunghissimi di lana pesante abbottonati sul davanti, che superati i settant’anni gli arrivavano al ginocchio.
Quando ho iniziato il dottorato con lui, nella sua cattedra, oltre al Professore, erano in quattro, due donne e due uomini. E’ difficile rendere l’idea del rapporto che legava quelle cinque persone, cui, primo dopo molti anni, mi andavo ad unire. Erano un incrocio tra una setta agnostica, un gruppo di idealisti frustrati, di rivoluzionari falliti, e una famiglia disfunzionale, dove periodicamente c’era qualcuno che mandava a fanculo gli altri e faceva la mossa di andarsene, ma dopo qualche giorno lo ritrovavi di nuovo lì, come se niente fosse. Io, ragazzetto ben nutrito e relativamente amato, della medio-alta borghesia, preso dai miei dubbi esistenziali e da un vago disagio dello stare al mondo, non c’entravo nulla là in mezzo. Ho sempre sospettato che il Professore mi avesse preso con sé perché lo facevo incazzare. Ero il suo personale sasso fastidioso nella poltrona imbottita della vita.

Io, da parte mia, pensavo che quel gruppo di disadattati accademici fosse quello fatto per me che non trovavo posto da nessun’altra parte. Ero fuori posto anche lì, ma ero in compagnia. Era un gruppo di persone che si sentiva fuori posto nel mondo e il Prof. li raccoglieva come preziosissimi fiori rari sui cigli delle strade. Un unico  irripetibile giorno, insieme a una parte della sua storia passata, ci raccontò anche perché scegliesse persone come noi. E la sua spiegazione, irreprensibile nella sua follia, mi piacque.

sabato 30 gennaio 2016

La Terza era della procedura penale - Un racconto costituzionale a puntate. "Di riforme, di giustizia, di fallimenti, di amore, di scoperte, di ripensamenti e di altre cose della vita umana".



1. Ogni fine ha un inizio




“In piedi entra la giuria”
In piedi entra la giuria suona ormai come un comando dato direttamente alle mie gambe, si stendono e si ripiegano in autonomia, portando in alto e riportando a terra il resto del corpo in modo efficiente e sicuro. Intanto io ho tutto il tempo di parlarmi nella testa, a volte parlo così tanto nella mia testa che stento a sentire quello che succede fuori. Oggi mi parlo del verdetto che sto aspettando. Colpevole. La giuria dirà colpevole. E sarà il quarto salario che mi sfuma in un mese.
“In nome del popolo italiano pronunciamo questa sentenza, il fatto che essa dispone avrà valore di verità a partire da subito salvo successive impugnazioni”.
La formula di rito pronunciata dal giudice. Ora chiederà ai giurati, dai quali si è separato due minuti fa e con cui ha avuto un’accesa discussione di due ore e mezza, cosa hanno deciso.
“Che cosa ha deliberato la giuria? L’imputato è?”
Colpevole. Signor giudice.
Colpevole. Signor giudice.
“Colpevole, signor giudice.” Il presidente della giuria ha una voce sottile e stridula, ma la parola si impone da sé, non importa sentirla perfettamente. Si riuscirebbe a intenderla anche dal solo labiale.
Chino la testa. Faccio finta di disapprovare, di essere dispiaciuto per il mio cliente. In realtà non voglio guardarlo e sono dispiaciuto più per me stesso.
Continua il dialogo di rito. Il giudice sta leggendo con voce monotona la ricostruzione del fatto.
“All’esito del processo di primo grado, svoltosi in contraddittorio e nel rispetto di tutte le parti, si dichiara che la verità mutualmente ricostruita è questa: In data 5 agosto del corrente anno, il Signor G. F., imputato, ha lasciato la sua abitazione in auto…”
Non occorre ascoltarla tutta, si capisce già che è stata recepita quasi interamente la proposta di compromesso avanzata dalla pubblica accusa e dalla parte offesa. Salvo qualche contentino che mi avranno dato qua e là per rendermela meno indigesta. Mentre il giudice legge il suo piatto racconto, getto un’occhiata al tavolo del pubblico ministero senza alzare la testa. Avrà poco meno di trent’anni quel sorrisetto soddisfatto che finge modestia. Non gli importa che si tratti di uno stupido delitto colposo, per lui, all’inizio della carriera, ogni causa vinta è un tassello di popolarità in più. Alla mia età ogni causa persa è uno sprofondare sempre più nel baratro. E’ normale, più vinci più ti affidano cause spettacolari, più perdi più ti trovi relegato nel giro degli incidenti stradali, per dirne uno. Ma il problema sta tutto nella popolarità, l’indice di gradimento precipita e insieme a questo la tua credibilità. E senza favore del pubblico e credibilità non vale la pena neanche di definirsi avvocato.
Dal silenzio improvviso capisco che il giudice ha finito di leggere la ricostruzione dei fatti, alzo lo sguardo e incontro prima quello del giudice, interrogativo, poi quello del pubblico ministero, quasi commiserante, infine quello del mio cliente, l’unico che mi riesce a scuotere. Stanno aspettando tutti me, è il momento in cui devo ritirarmi dieci minuti con il mio cliente nella camera affianco. Non una piacevole prospettiva.
“Avvocato, lei e il suo cliente hanno dieci minuti per la Consultazione. Torni al suono della campanella”. Aggiunge come se fosse dubbioso del fatto che potessi non accorgermi del suono della campanella.
“Si vostro onore”rispondo stancamente.
Esco da una porta laterale, piuttosto vicina al tavolo della difesa. Il mio cliente viene fatto uscire da un’altra porta che dà sulla stessa stanzetta.
L’incontro è penoso, ma non ci vuole molto. Il cliente ha fretta di liquidarmi. Io ho fretta di liquefarmi. Concordiamo di riconoscere la verità della ricostruzione dei fatti. So che poi il cliente impugnerà in secondo grado, ma lo farà senza di me. Probabilmente scorrerà le tabelle degli indici di gradimento e cercherà un avvocato che gli offra il miglior rapporto possibile tra popolarità e prezzo. Mi succede spesso. In primo grado cercano di risparmiare. Poi, davanti a un verdetto di colpevolezza si spaventano e tentano di rimediare. Altra cosa da non sottovalutare é che sono entrati nel grande carrozzone spettacolare del processo e, una volta dentro, chiunque vuole uscirne il meglio possibile. E’ il proprio show, il tuo show personale, quello che si aspetta da una vita e tutti sono lì per te.
Tornati in aula, il giudice mi rivolge la domanda di rito.
“La difesa riconosce la verità della ricostruzione dei fatti?”
“Si vostro onore”.
“L’imputato riconosce la verità della ricostruzione dei fatti?”
“Si vostro onore, ma mi riservo di impugnare nel merito per migliorare la mia situazione”.
Il mio cliente ripete la formula che gli ho detto pochi secondi fa.
“Molto bene. La sentenza verrà depositata entro quindici giorni. Dal giorno del deposito inizia il termine di trenta giorni per avanzare richiesta di impugnazione nel merito, di impugnazione in diritto o di avvio del procedimento di pre-esecuzione. La seduta è sciolta”.



Viviamo in un’epoca dominata da un’ansia di miglioramento generalizzata. Da ogni parte, in ogni ramo del sapere, si vuole migliorare, sempre di più. Andare avanti, ottimizzare, ottenere sempre maggiore efficienza. Non poteva sottrarsi la sfera del processo. Il processo, il giudizio, è qualcosa di fortemente connaturato alla vita umana. Provate a vivere senza fare o ricevere giudizi, senza il timore di processi, senza prestare attenzione alle valutazioni esterne. Provate, pochi ci riescono. Anarchici? Liberi? Criminali? Ma ognuno, anche l’anarchico, ha il proprio processo da scontare. Che venga dai suoi o anche solo da sé stesso. Viviamo tutti perennemente sotto giudizio.
Come poteva quindi il processo penale sfuggire all’epoca dell’ottimizzazione e dell’efficienza? C’è stata una riforma, la Riforma, quindici anni fa. Ero da poco laureato in procedura penale, avevo iniziato a fare l’assistente presso la cattedra del mio professore, quando siamo stati travolti dal grande afflato riformatore. E’ salito al potere il Rottamatore, il distruttore del vecchio, il rinnovatore. Così si presentava. Mi suonava male, malissimo. Quello che a quasi il 60% dei miei connazionali eccitava a me precipitava nel pessimismo e nel terrore. Cambiare, migliorare, liberarsi del vecchiume, dei pesi, delle pastoie. Tagliamo e rimodelliamo in nome dell’efficienza. Naturalmente la prima cosa che toccarono fu la Costituzione. Le costituzioni erano eredità della seconda guerra mondiale troppo pesanti: a quell’epoca si era visto che cosa poteva fare l’uomo all’altro uomo, si era assistito a come fosse facile attaccare la democrazia dall’interno, servendosi dei meccanismi della democrazia stessa, per poi sventrarla. Era scoppiata la guerra, la più enorme e folle che si fosse vista da decenni, dove molti uomini avevano smarrito il senno e il senso dell’essere umani, molti altri c’erano arrivati fino al nocciolo, l’avevano capito, l’avevano conservato, nel caso fossero sopravvissuti all’ecatombe umana e spirituale. Pochi sopravvissero e quando si potè ricominciare a mettere un poco di ordine nel mondo, decisero di fare qualcosa perché quello che era accaduto non si ripetesse. Quel qualcosa erano le Costituzioni. Quando qualche studente mi chiedeva che cosa fosse una costituzione, io rispondevo: è la tua libertà. Non ho mai creduto in Dio, ma una religione forse l’ho avuta. Credevo che la Costituzione fosse una delle cose più belle che fosse accaduta all’umanità, forse più della venuta di Gesù Cristo.
Le costituzioni hanno ridato sicurezza ed equilibrio agli uomini e al diritto. Ma poi ci siamo sentiti sempre più sicuri, nelle nostre comode case, con la pace alle spalle da molti anni. E anzi, a volte le costituzioni ci pesavano con fastidio, quando gravavano con insopportabili lentezze le operazioni economiche, i processi, il lavoro degli organi dello stato, la repressione dei crimini, la lotta al terrorismo. Come quei vecchi lenti e decrepiti che fanno un sacco di storie e di ammonimenti quando le cose potrebbero essere molto più snelle, rapide, semplici. Efficienti.
Uso spesso quest’ultima parola perché è con questa che ce l’hanno infilato più volte nel culo. Chiedo scusa. La colpa è del mio professore. Usava queste frasi anche nelle relazioni e una volta si fece buttare fuori da un convegno internazionale. Non lo invitarono mai più. E io non posso evitare di farlo, mi sento un po’ più lui quando lo faccio e la cosa mi conforta.
Periodo lungo di corruzione, di crisi dell’istruzione, crisi economica. Immigrazione, povertà, paura del terrorismo, decadenza della politica, degrado dei mass media. Siamo passati per governi populisti, governi di potentati economici, governi di ladri e corrotti, governi improponibili e impresentabili, governi di inetti e temporeggiatori. E poi è arrivato lui, l’attuale. Il riformatore. Nessuno ricorda di averlo votato la prima volta, ma non è importante, arrivati al punto in cui eravamo l’avrebbero votato comunque se gliene fosse stata data la possibilità. Non aggrappatevi a tutti questi formalismi democratici che paralizzano il Paese.
Il riformatore è dinamico e simpatico, vuole piacere a tutti. Un colpo al cerchio ed uno alla botte. Le tensioni si allentano, si stringono le mani dietro le telecamere. Il riformatore vuole aiutare il Paese, ama profondamente il Paese, è in pena per esso. Cosa fare se non riformare la Costituzione? sia chiaro non togliamo diritti a nessuno, limiamo un po’ quella parte strutturale che non si adegua più a delle istituzioni di un paese rapido ed efficiente. Peccato che quella fosse la parte dei limiti e contrappesi ai poteri dello Stato.
Successo popolare, pochi oppositori bollati come professoroni pesanti, spaventati, trincerati dietro al vecchio, conservatori dello status quo. La riforma cambia la Costituzione. Diventa una Carta snella, flessibile, di soli quaranta articoli. Ma fondamentali. Il resto lo affidiamo alle leggi e ai decreti del governo, molto più liberi di cambiare così come cambiano i tempi.
Io ho pensato che il mio professore ne sarebbe morto. Mi ero già allontanato da lui, non voleva più sentirmi. Avevamo rotto anche violentemente ma quando lessi della riforma sulla gazzetta provai una pena così profonda per lui che desiderai che fosse morto qualche anno prima per non vedere questo momento. Aveva novant’anni all’epoca ma con una mente più lucida della mia. Solo dopo la sua morte appresi che quel giorno i vicini chiamarono la polizia perché il vecchio dell’ultimo piano aveva preso a sfasciare i mobili e rompere oggetti. Non so che accadde dopo.
Appena l’approvazione della nuova Costituzione dinamica glielo permise, si passò a cambiare i singoli poteri dello Stato per permettere all’esecutivo di vegliare meglio sulla loro efficienza. Il primo della lista, naturalmente, fu il potere giudiziario.
Si arrivò così alla riforma del processo penale. La terza era della procedura penale – come la chiamarono – nella quale io e il mio lavoro di avvocato ci troviamo ora infognati da quasi quindici anni.



domenica 15 novembre 2015

Della lettura e di altri parti

Voi parlate tanto di libri ma non sapete neanche che sapore hanno. 
Ne avete mai mangiato uno? Voi state lì a guardarli, li girate, li rigirate, gli date un’annusatina, una leccata, timida con la punta della lingua, li pesate sul palmo della mano. E passate quei primi istanti a soppesarli, ne individuate gli ingredienti, la perfezione degli odori, delle proporzioni. 
Ma via, sprecate quei primi fondamentali istanti a parlarci sopra al libro, a mettere la vostra testa dietro la sua copertina.
Ma via buttatevi, azzannateli, mordeteli, divorateli, affondateci la bocca. Dal libro deve colare sangue e succo sul vostro mento, sul bavero, sul petto. 
Non ci deve essere rispetto per i libri ma un sacrificio. Un sacrificio cruento, una fusione.
Mi avete chiesto in che modo li leggo io i libri. In questo modo carnivoro: potrei disperderne brandelli , far colare il succo ma io li voglio, li desidero dentro di me, provo piacere. 
Mi avete chiesto che cos’è leggere. Leggere è tutti quegli atti totalmente umani, bassamente umani, è un meraviglioso atto di piacere. Leggere è mangiare, è l’atto sessuale, è ingestione e espulsione. 
Voi siete i sacerdoti del libro, i custodi di quel luogo sacro. Ma via! Il libro è un sacro da profanare: profanatelo, riempitelo di umano, pisciateci in quella chiesa. 
E non venite a dirmi che leggete ad alta voce, che sottolineate le righe più belle, che piegate le pagine che vi sono piaciute. Così trattate un libro come un libro: sapete di essere lì, di averlo in mano, sapete che quella parte vi piace più dell’altra, sapete che quel libro finirà, che è destinato a finire. Come si fa a perdersi quando quegli atti vi ricordano sempre a voi stessi? Come si fa a fondersi, sciogliersi, mischiarsi e ricomporsi col libro, se tenete sempre una penna in mano e un tigno in testa, trovare le parti più belle. Affermate voi stessi sul libro quando dovreste tacervi e basta, e stare ad ascoltare. Ascoltate, siamo condannati ad essere noi stessi per la vita, siamo stati noi stessi dalla nascita alla crescita, saremo noi stessi nella morte. Non siete stanchi? E’ come avere sempre una sola vista, un solo orizzonte, un solo suono, un solo odore da annusare e riannusare, un solo tessuto da palpare e ripalpare. 
Voi siete voi, sempre pieni di voi, attaccati da nuguli di voi stessi che vi si ficcano negli occhi, non sentite il bisogno di uscire da voi stessi, non sentite il limite di vedere un mondo sempre infilati in un sacco che siete voi, che ha la vostra stoffa? 
I libri sono i buchi, buchi in cui spiare, i buchi da allargare e finalmente uscire, uscire a vedere come sarebbe il mondo se voi non ci foste. Cos’altro vi dà la possibilità di esistere smettendo di esistere? Di guardare l’esistenza senza doverla sempre filtrare per voi stessi, di conoscere finalmente altro. E’ l’unico modo per conoscere altro e non sempre il solito composto stantio, impastato con parti di voi.


Mentre voi parlavate di testa, io pensavo di viscere. E il mio pensiero di viscere spiava attraverso l’ombelico e vedeva cieco, perché l’ombelico non ha pupille: è un occhio cavato, vede sentendo, e ricordando.
E il mio ombelico mi ha ricordato che il mio rapporto con i libri passa da lì, nel sentimento di un cordone tagliato. In quella sensazione fantasma che hanno le persone che hanno perso un arto, mutilato, quando sentono di poterlo muovere ancora. 
Il mio rapporto coi libri è un rapporto ombelicale, vi ho detto. Cosa significa, mi avete chiesto. Non lo so, non l’avevo mai detto prima ma ho sentito che era vero mentre lo dicevo. E ho sentito che era vero quando voi ricostruivate l’etimologia di autore, autore- autorità, all’origine del libro c’è un’autorità che pone. Lì ho smesso di ascoltarvi perché c’era una vocina-me che mi dava fastidio e volevo chiarire con lei perché la smettesse di borbottare con quello squittio sommesso. “Autorità, autorità- diceva- bella scoperta. Tutti hanno bisogno di un’autorità. E’ un’autorità che pone anche noi stessi quando ci partorisce continuamente no? Non puoi pensare che una volta per tutte tu sia bello e partorito, no no. Sarebbe troppo difficile essere sé stessi ogni giorno da soli, senza alcun aiuto esterno. Autorità, autorità si certo. L’autorità ci serve, noi veniamo partoriti continuamente dall’autorità.”  Eh? Non potei trattenermi dall’interromperla, volevo che si sfogasse da sola e si esaurisse, come al solito. Volevo continuare ad ascoltare voi che ora parlavate di metodi di lettura lenta ma non mi sono saputa trattenere. Lei a fatica ha represso un mugolio di vittoria. “Si si si- mi ha detto con voce sibilante che voleva essere suadente- si autorità. Tu lo sai cosa fai quando leggi un libro?” Ero affascinata, diceva cose sconosciute che sapevo benissimo. “Entri in un ventre. Oh si si si. Tu ti accucci in quel ventre e ti attacchi il tuo cordone. E non sei più completo, non sei più autonomo, sei feto. Dipendi in tutto e per tutto dal libro che ti sfama. Tu puoi provare solo bisogni fisici tutto il resto dei sentimenti non ti appartiene più, vedi quello che vede la Madre, senti l’esterno solo ovattato dal suo ventre, non senti più il tuo interno, come se non esistesse più. Senti il suo interno, quello della Madre. Ti sei chiusa nell’utero, piccolo essere molle e informe, ti sei chiusa nell’utero, si si si, ora ti muovi se si muove lui, respiri la sua aria, l’interno e l’esterno non sono più tuoi. Sono i suoi.”  Avevo gli occhi spalancati e continuavo ad ascoltarla inebetita, fingendo di sentire voi. Momenti di nulla, vuoto di te, dipendenza fetale. Aveva ragione. Esisti e non esisti, esisti o non esisti, non ha importanza, aveva ragione. E poi il libro finisce e vieni espulsa fuori, ogni parto è traumatico ma è anche liberatorio. E quando esci sei sempre tu eppure ti sei accresciuta, sei stata in gestazione.
 I libri sono così, ti tengono in una continua gestazione. E le madri? Le madri che creano quegli uteri? Che ti offrono quegli uteri? Santo cielo - pensai - gli scrittori non sono altro che madri in affitto.