martedì 16 febbraio 2016

Riflessioni, le matin. Di caffè, di scrittori, di Emmanuel Carrere, di un teatro passato, di realtà e di irrealtà.

La mattina: quando la coscienza si è appena accorta di non essere più spenta e di non essere più buia, irrorata dal caffè del mattino, questa specie di trasfusione di vitalità, che da una certa età in poi è necessaria per iniziare a vivere ogni giorno, durante la quale io leggo. Leggo perché i libri, al mattino, sono per me, anch’essi una trasfusione di vita, di vita mentale, di vita interiore, non saprei come chiamarla. E’ come se nutrendomi delle loro parole, io avessi la materia prima per poi trasformarla nelle mie e riutilizzarla come mie parole, cosa che non potrei fare in assenza delle loro, perché non avrei la materia da trasformare. E poi leggo la sera, prima di andare a letto, perché leggo prima di andare a letto? Perché è come se quella vita di altri, perché il libro non è altro che la vita di un altro che raccoglie in sé la vita di altri, la vita dello scrittore che raccoglie e salva la vita delle persone che hanno ispirato il libro, o la sua stessa vita, o tutto quanto insieme. Ebbene tutte quelle vite che non sono la mia, è come se dessero un senso alla fine della mia giornata, qualsiasi cosa abbia fatto in quella giornata, leggere di loro, mi dà un senso, mi fa sentire parte dell’umanità come ad altre persone stare in una comunità, aiutare, costruire qualcosa, li fa sentire parte dell’umanità.
Stamattina ho letto uno scrittore francese, scoperto appena, grazie ad un articolo di un anno e mezzo fa, che ho trovato casualmente in un vecchio giornale. Quell’articolo mi ha innamorato perché era così personale, perché gli scrittori, a differenza dei giornalisti, hanno questa bellissima capacità di trasferire sé stessi, la propria umanità, tutto quello che pensano, che vedono, nei loro scritti. Sì, sono dei pazzi egocentrici, sicuramente, egocentrici fino al midollo, ma di un egocentrismo autistico, chiuso:  voglio che mi guardiate ma non come me stesso, ci deve essere un mezzo tra me e voi. Io voglio essere guardato da voi ma non dritto negli occhi, ho bisogno di uno schermo e quello schermo è la scrittura, sono le loro parole, i libri, gli articoli.
Questo scrittore però, era più onesto degli altri, più vivo degli altri, perché metteva sulla carta il suo nome, la sua vita, niente personaggi, niente pseudonimi, era lui e basta. E mi è piaciuto così tanto che l’ho comprato di corsa, appena ho finito di leggere quell’articolo sono andata in libreria a cercare i suoi libri e ne ho preso uno dal titolo decisamente eloquente. Si chiama “Vite che non sono la mia”. Vite che non sono la mia, eh. Non è questo che fanno gli scrittori in fondo? Rubano vite che non sono la propria. In qualche modo si arrogano il diritto di raccontarle.
Ma perché loro, mi sono sempre chiesta, perché loro si arrogano il diritto di raccontarle? Perché gli altri cedono, talvolta di buon grado, questo importantissimo diritto, quello di parlare della propria vita, quello di consegnare il senso della loro vita alle parole? Perché? Beh io penso che sia perché riconoscono il talento, riconoscono la vocazione.
 Perché ci si lascia ritrarre da un artista? Tutti quei quadri, di secoli e secoli, madonne con facce di povere contadine o borghesi che posavano per quadri scandalosi di avanguardia, perché lo facevano? perché si donavano in questo modo al talento, talora totalmente estraneo? Non lo so.
La spiegazione è difficile da trovare, ma credo che raccolga e racchiuda in qualche modo tutta la bellezza degli esseri umani, la vanità sicuramente, ma non è solo vanità, perché loro non lo fanno solo per sé stessi,  lo fanno per quell’arte di cui l’artista che li sta immortalando è solo un tramite. Loro vogliono inserirsi in quel flusso che legherà se stessi e l’artista e il loro tempo ai tempi futuri e vogliono entrarci perché sanno quanto sia importante tutto questo per il genere umano.
Stavamo dicendo, il libro che ho letto, stamattina, è un libro di quelli bellissimi, che non trasfigurano totalmente le vite che gravitano intorno all’autore, lasciano nomi, date, luoghi, così come sono, però è come se le esaltassero, come se riuscissero a trovare l’oro, l’oro puro, in quello che per noi sarebbe solo una manciata di terra, di terra comune, di terra già vista, magari a volte terra bella, terra interessante ma solo terra. E loro vedono luccicare l’oro. Poi, sì, ci vuole un processo particolare perché quell’oro si riveli in tutta la sua bellezza, perchè smetta di sembrare terra, e quel processo deve essere fatto con cura e con sapienza, ed è quello che fanno loro. Perdonatemi la metafora, è un po’ trita quella dell’oro, ma è quella che forse rende meglio l’idea. E allora ho iniziato a pensare agli uomini della mia vita, ho iniziato a pensare, perché io, che voglio scrivere, che ho il senso, la voglia, se non il talento, di scrivere, perché non riesco a illuminare così, a setacciare così, le persone, che ho a mia disposizione, che non sono meno speciali di quelle che quello scrittore ha a sua disposizione, anzi, anzi.

Un uomo fuori da un’agenzia di viaggio, sta spruzzando acqua su un bonsai, il termine tecnico dovrebbe essere nebulizzare.
Ma stavo dicendo di stamattina e del mio desiderio di parlare e di pensare, cosa ho pensato. Ho pensato alla mia semipermanenza in mezzo a della gente di teatro, perché? Perché, mi sono accorta che il teatro, che si crede essere il luogo della massima finizione, luogo dell’inganno, in verità, è il luogo della realtà. Quello che ho scoperto, frequentando attrici, ma attrici vere, attrici appassionate, attrici che ne vivono, che non fanno altro, che lo insegnano, e questo è ancora di più, perché per insegnare qualcosa devi prima conoscerla e per conoscerla devi entrare, tuffarti dentro quello che stai facendo, una cosa è fare e una cosa è dover estrinsecare, estrapolare, per darla ad altri, e così mi sono resa conto di questo, che io ero l’unica che mentiva là in mezzo.
 Tra tutte le persone che recitavano, io ero l’unica che mentiva, e forse questo mi ha reso la più scrittrice di tutti. Lo scrittore tra gli attori, è lui quello che mente. Perché? Perché non bisogna credere che il teatro sia finzione, in realtà il teatro attinge ai serbatoi più concreti di realtà, quelli che uno ha dentro di sé.
Una delle due insegnanti all’inizio del mio corso, frustrata dalla mia incapacità di attingere alla realtà, di manipolarla, di prenderla e farne qualcosa, anche solo buttarla fuori, esporla, frustrata da questa mia totale irrealtà, ha detto: “La  vergogna in teatro- e per questo intendeva la timidezza, la pudicizia, l’imbarazzo- la vergogna in teatro  è volgarità”.
 Non so se fosse una sua frase, o se gliela avessero ripetuta i suoi maestri al tempo, ma è una frase verissima. E dovrebbe essere vera anche nella vita per quanto ne so. La vergogna in teatro è volgarità, chi si vergogna in teatro è come in un salotto buono qualcuno di sguaiato, che parla ad altissima voce, che monopolizza l’attenzione, che monopolizza la conversazione. In teatro chi si schernisce, chi si vergogna, è qualcuno che non rispetta le regole civili, le regole del teatro. Vagli a dire, che io ho un problema con la realtà, un serio problema. E mi sforzo, sì, di capirla, di esserne parte. Ma è un processo difficoltoso, per me, in qualche modo monca, è difficile arrivare a quello che per altri è invece qualcosa di assolutamente naturale. Perché, non so, me lo sono sempre chiesta, ma è inutile cercare di trovare una spiegazione, perché sono fatta così e basta.
Quello che mi preme dire, che mi premeva dire poco fa, e che ora mi riesce un po’ più difficile, perché a me la coscienza viene su a ondate, a rigurgiti che poi ti lasciano il sapore in bocca, un po’ acido, a volte dolciastro, un sapore digerito di cose che tu hai conosciuto attraverso i sensi, hai preso dall’esterno ma poi hai intriso di te, perché la digestione non è altro che questo se ci pensate: inserite in voi qualcosa di fuori, di prodotto da altri, e poi lo intridete di cose del vostro corpo.
Prima entra in voi, si fa questo bel tour di vostre secrezioni, di vostri umori, striscia nel vostro interno e poi si riempie, il cosiddetto bolo, si riempie di saliva, di succhi gastrici e poi, sì, viene scomposto, ma non è che il suo passaggio resti indifferente a voi, passi inosservato, non è così: Lascia qualcosa, prende qualcosa, esce diverso.
E il gusto, che cos’è il gusto? A parte sorbire di quell’”esterno”. Il gusto è anche memoria, è anche ricordo sensoriale, di quello che voi avete conosciuto in qualche modo, tra tatto gusto olfatto. E poi memoria. E non è diverso con le esperienze della vita, non è diverso, sebbene entrino per altri canali, sebbene siano meno materiche, come accade col cibo, il cibo è sfacciato in questa sua materialità, è sfacciato in questo suo percorso, ma lo stesso accade con tante altre cose: accade con gli odori, accade con i pensieri. Quante volte accade con i pensieri.
E quindi, Io e il teatro. Se mi interrogo sul perchè io abbia voluto fare il teatro, rispondo in vari modi: uno è quello di questa dannata ansia che io ho di essere quello che non sono, il secondo è quello del fatto che ho una scarsissima conoscenza di me.
 Io sono profonda più dell’antro più profondo e oscuro, io sono infinita più dell’universo infinito e sconosciuto, non perché io sia speciale, ma perché è così, ogni essere umano è così.
Io non ci credo che ci siano persone che hanno una conoscenza così chiara e finita di se stessi, loro credono di averla, è perché non si sono posti ancora in determinate situazioni, non si sono ancora posti determinate domande.
Sicuramente sono più ancorate alla realtà di me, meno perse in loro stesse. C’è un modo più chiaro di esplorare sé stessi, piuttosto che gettarsi nel buio, buttarsi alla cieca nel buio come faccio io.
 Puoi legarti a una corda, puoi puntellarti a una parete, puoi portarti i bengala, che illuminino il percorso, puoi studiare, leggere, quello che hanno fatto altri prima di te, immergendosi in altre grotte che non sono loro stessi, e seguire quella strada. Si, sono sicuramente approcci più sensati, piuttosto che calarsi alla cieca e cercare di capire, di individuare, quello che i sensi ottenebrati cercano di mandarti, cercano di decifrare, ma io faccio così. Sono fatta così. Che posso fare? Migliorare, sicuramente. Ma migliorare me stessa non è stato mai il mio pezzo forte, denigrarla si, criticarla si, migliorarla no, non molto.
Quindi scarsa conoscenza delle proprie capacità e caratteristiche, voglia di sperimentarle si, e dall’altro lato, c’è il ricordo dell’infanzia, che è una cosa che mi perseguita. Io devo liberarmi della mia infanzia perché se no continuerò a cercarla in ogni cosa che faccio, a cercare di riprodurla. Ci sono esperienze che puoi fare anche al di là della tua infanzia, anche ammettendo di essere cresciuta. Ammettilo, porca miseria, cerca altre esperienze.
Da piccola ho amato recitare, ero molto brava, per quanto possano essere bravi i bambini, ma avendo conosciuto bambini che erano incapaci, veramente incapaci, di recitare, ed io spiccavo, su di loro,devo ammettere che lo facevo bene. Perché immaginavo, perché riproducevo, copiavo e riproponevo, come fanno gli attori, rimasti in questo modo bambini. Io li invidio, non lo riesco più a fare, la mia mente è bloccata, non immagina più, il mio cuore è bloccato, non sente più, la mia immaginazione è bloccata, non riproduce più. Volevo trovare un modo per sbloccarmi e non ci sono riuscita, tutto quello che ho prodotto sono stati momenti di possessione quasi orgasmici e incontrollati, la caduta, la perdita delle inibizioni, ma questo non è teatro, questa non è immaginazione controllata, questa non è attingere al reale, è solo togliere i freni, e allora ho fallito in questo mio tentativo, ma ho fallito solo a causa mia, perché avevo delle ottime insegnanti, perché avevo un ambiente protetto e stimolante di persone intelligenti e dotate che volevano divertirsi.

Ma io? cosa volevo fare io? Io volevo assistere. Il mio desiderio principale in ogni cosa, non è fare ma assistere, io sono un testimone. Quando studiavo procedura penale, sul mio manuale, al margine, io avevo scritto: Non giudice, non imputato, ma testimone sempre. 

venerdì 12 febbraio 2016

Professò, permettete uno sfogo (non molto) poetico?: Il razzista metropolitano

Il razzista metropolitano


Ho un serio problema con un particolare esemplare umano: il razzista metropolitano. 
I razzisti sono una cosa schifosa, è chiaro. Sono come degli animali carnivori che si nutrono del proprio stesso branco. Iene che si nutrono di iene, avvoltoi che divorano avvoltoi. I razzisti non sono solo un'involuzione della razza umana, sono proprio un'inversione della catena alimentare. 
Un solo altro organismo eguaglia questo processo: la cellula tumorale. 
Detto questo, non pone alcun problema di riconoscimento il razzista selvatico o "nature". Quello che gira col casco integrale con sotto la rasatura da naziskin, il manganello che spunta dalla tasca dei pantaloni e la croce uncinata tatuata su una spalla, per intenderci. 
Se vedi una merda di cane per strada, tipicamente olezzante, marroncina con sfumature giallastre, un po' molle o un po' secca, a seconda dei casi, non pensi che sia un fungo spuntato dal terreno, un frutto caduto da un albero o un oggetto smarrito. Una merda è una merda. E fa schifo. C'è poco da fare. 
Ma se quella stessa merda (tipicamente olezzante, marroncina con sfumature giallastre, un po' molle o già un po' secca a seconda dei casi) la trovi, che so, come soprammobile in una casa elegante o come fermacarte in un ufficio, allora ti poni qualche problema. La prima inevitabile reazione è di rimanere sconcertato.
 In seguito, inizia un titubante, cauto, dialogo con te stesso. 

IO (cauto): Ma questa è una merda...
ME (titubante): a prima vista così sembrerebbe. Ma potrei sbagliarmi...
IO: no, è proprio una merda merda. Dammi retta. 
ME: senti, è possibile che ci sbagliamo. Se era una merda qualcuno prima di noi l'avrebbe notato, non l'avrebbero mica lasciata lì. 
IO: è tipicamente olezzante...
ME: tante cose hanno un odore tipico penetrante. Prova a dormire nella stessa stanza con un formaggio di fossa.
IO: è marroncina con sfumature giallastre.
ME: Potrebbe avere assunto quel colore per diverse cause. Ho visto uno che aveva fatto una serie di lampade sbagliate che aveva esattamente quel tono di colore. 
IO: è un po' molle (o un po' secca, la cosa non cambia). 
ME: mah... chissà. Comunque non mi convince. Che vuoi saperne della consistenza osservandola da questa distanza, magari è un effetto ottico. Magari se ci avviciniamo sparisce. 
IO: no, senti, quella è proprio una merda. E tu sei uno stronzo. TUUTUUTUU
ME: pronto? Pronto???

Ecco. Il razzista metropolitano provoca questo turbamento, questo dissidio, come chiamarlo, questo sdoppiamento interiore in me, che si conclude inevitabilmente con la incazzatura di una parte di me e la totale confusione dell'altra.
Tu conosci uno - mettiamo avvocato - giacca, cravatta, ventiquattr'ore, educazione universitaria superiore, parla di libri, di cinema, di musica, non ha armi contundenti nella tasca di dietro dei pantaloni, non ha mai picchiato nessuno, non ha dato fuoco a senzatetto o rotto vetrine di negozi. Se gli dessi un tirapugni di ferro probabilmente ci si pettinerebbe i capelli. 
Sei dunque incline a ritenerlo una persona quantomeno integrata nella società, insomma gli attribuisci un bagaglio minimo di rudimenti della civiltà. Poi, casualmente, ci passi una serata e, in meno di due ore, ti accorgi che ha insultato nell'ordine cinesi, negri, froci, terroni e disabili. E tu sei rimasto lì, a sentirlo parlare con lo stesso medesimo tono di quando ti raccontava dell'ultimo film di Sorrentino. 
Mentre a te ti si è gelato sulla faccia lo spremuto sorriso di circostanza che avevi assunto fino a quel momento. 
Quest'uomo non ha mai fatto alcun male a un cinese, lo sai per certo, anzi ha sempre trattato ciascuna di quelle sue categorie con proprietà formale. Però le disprezza. Ci si sente superiore, lui in quanto maschio italiano bianco privilegiato. 
E allora cominci a capire che quel sottilmente olezzante razzismo metropolitano non è altro che un modo facile per averla interiormente vinta sugli altri. 
Capisci che questo è un ominicchio piccolo piccolo e spaventato che non ha trovato niente di meglio per avere un'immagine positiva di sè che denigrare quella degli altri in base a comodi, credibili, sperimentati e abbastanza diffusi stereotipi. 

Inizi ad avvertire l'odore tipico più deciso. 

Un ometto che non ha trovato niente di meglio per inserirsi nel mondo che unirsi a questo vasto popolo sotterraneo di uomini virtualmente incappucciati che, non riuscendo in alcun modo morale, lavorativo, fisico, ad elevarsi sugli altri, li schiacciano nella loro testa per farli diventare piccoli e brutti e trionfare su di loro nel minuscolo spazio della loro interiorità. 

Noti il colore marroncino, le sfumature giallastre. 

Questa fetta di umanità che ha trovato troppo faticosa la faccenda dell'evoluzione o proprio non ha la capacità o la materia prima per farci un essere umano completo, e allora ha bisogno di un cervello collettivo, in comune, pensieri preconfezionati, in comodato d'uso, pacchetti di convenzioni e convinzioni facilmente e comodamente aderibili. 
Oscar Wilde scriveva "Non disprezzare la società, lo fa solo chi non può entrarci". Chi disprezza l'umanità è solo perchè non può entrarci. 

ME: è molle... E' proprio una merda. 
IO: Alleluja! Ci sei arrivata. 
ME: pace fatta? 
IO: pace fatta. 




giovedì 11 febbraio 2016

La terza era della procedura penale. Parte seconda.

2. Ricordi di una vita passata 

La verità nel processo non esiste.
Se studi diritto, te lo insegnano al quarto anno di università. Se fai la pratica di avvocato, già dopo il primo mese ne sei convinto.
Di tutti gli strumenti che hanno a che fare con le cose umane, il processo è il più difficile, labile, impreciso, confuso. Lo scopo di tutti quei termini, quelle scadenze, quelle formalità, lo scopo perfino della disposizione dei banchi in aula e della toga del giudice è quello di dare un ordine e una forma a qualcosa di totalmente magmatico, aleatorio, fallibile.
Eppure il processo è una delle pratiche più longeve nella storia dell’uomo. E’ qualcosa di cui l’umanità non può fare a meno. Che, anzi, agogna, desidera, pretende, brama.
Processo, processo, dateci un processo. Ci cadono tutti, dai colpevoli agli innocenti, dai giustizialisti ai garantisti.
Il processo interessa, appaga, entusiasma.
Il processo dà un senso allo scorrere della vita, è il fiume delle cose umane che passa in un letto accuratamente scavato, con un disegno che viene limato da secoli.
Eppure, la verità non è qualcosa che appartiene al processo.
“Stronzate! Stronzate! Le tue vaccate da intellettuale dei miei coglioni. Cos’è sei insoddisfatto della vita? Suicidati o fatti una scopata, ma evita di fare danni all’umanità con le tue teorie da esistenzialista del cazzo”.
Chiudo gli occhi e cerco dentro di me quell’odore di lana sporca e fumo stantio che si portava sempre dietro il mio maestro, un’emanazione esterna del suo spirito acre e incontenibile. 
Stronzate del cazzo. Il mio maestro era uno dei più grandi processualisti del suo tempo e parlava come uno scugnizzo dei quartieri spagnoli che ha fatto scuola sulla strada e nei vicoli bui della metropolitana, quello che era stato per i primi diciotto anni della sua vita.
Quello della sua giovinezza era un tempo strano e confuso. La guerra mondiale aveva stravolto tutti gli ordini e le convenzioni, aveva rotto le barriere, spazzato via le sicurezze di secoli. I professori universitari si esprimevano con volgarità irripetibili, i contadini e i soldati riscoprivano pensieri di un lirismo straziante, la bellezza alle volte era nella morte, la bestialità nella vita, a volte coraggioso era chi uccideva, a volte chi riusciva a non farlo. Il potere, il governo, il sapere, la comunicazione e la cultura erano in un momento di nudità e di irripetibile realismo. Erano saltate, per un istante, per un periodo brevissimo, un soffio nella storia di un popolo, le ipocrisie su cui da millenni gli uomini strutturano la propria vita per riuscire a viverla comoda.
Vivere comoda la vita. E’ come prendere un treno ultrarapido e confortevole verso la morte. Poche fermate, servizio snack. Di quelli così veloci e confortevoli che del viaggio non te ne accorgi neanche. Del viaggio non te ne accorgi neanche e, all’improvviso, sei arrivato. Sei morto. E allora aspetta un attimo. Non è la comodità la cosa più importante di questo viaggio, non è la poltrona di pelle reclinabile e lo stomaco pieno che ti concilia meglio il sonno.
Lui mi ha cercato di insegnare principalmente questo: di viverla il più scomodamente possibile la vita, tenerla come un sasso appuntito nell’imbottitura della poltrona che ti ricorda inesorabilmente che hai un culo di carne viva e di non dimenticartelo mai, di essere vivo, di soffrire, di cambiare posizione. Si incazzava a bestia e iniziava a urlare e a imprecare davanti al mio pessimismo, fatalismo e alla mia arrendevolezza.
Aveva quella sciarpa rossa logora e quei maglioni lunghissimi di lana pesante abbottonati sul davanti, che superati i settant’anni gli arrivavano al ginocchio.
Quando ho iniziato il dottorato con lui, nella sua cattedra, oltre al Professore, erano in quattro, due donne e due uomini. E’ difficile rendere l’idea del rapporto che legava quelle cinque persone, cui, primo dopo molti anni, mi andavo ad unire. Erano un incrocio tra una setta agnostica, un gruppo di idealisti frustrati, di rivoluzionari falliti, e una famiglia disfunzionale, dove periodicamente c’era qualcuno che mandava a fanculo gli altri e faceva la mossa di andarsene, ma dopo qualche giorno lo ritrovavi di nuovo lì, come se niente fosse. Io, ragazzetto ben nutrito e relativamente amato, della medio-alta borghesia, preso dai miei dubbi esistenziali e da un vago disagio dello stare al mondo, non c’entravo nulla là in mezzo. Ho sempre sospettato che il Professore mi avesse preso con sé perché lo facevo incazzare. Ero il suo personale sasso fastidioso nella poltrona imbottita della vita.

Io, da parte mia, pensavo che quel gruppo di disadattati accademici fosse quello fatto per me che non trovavo posto da nessun’altra parte. Ero fuori posto anche lì, ma ero in compagnia. Era un gruppo di persone che si sentiva fuori posto nel mondo e il Prof. li raccoglieva come preziosissimi fiori rari sui cigli delle strade. Un unico  irripetibile giorno, insieme a una parte della sua storia passata, ci raccontò anche perché scegliesse persone come noi. E la sua spiegazione, irreprensibile nella sua follia, mi piacque.

sabato 30 gennaio 2016

La Terza era della procedura penale - Un racconto costituzionale a puntate. "Di riforme, di giustizia, di fallimenti, di amore, di scoperte, di ripensamenti e di altre cose della vita umana".



1. Ogni fine ha un inizio




“In piedi entra la giuria”
In piedi entra la giuria suona ormai come un comando dato direttamente alle mie gambe, si stendono e si ripiegano in autonomia, portando in alto e riportando a terra il resto del corpo in modo efficiente e sicuro. Intanto io ho tutto il tempo di parlarmi nella testa, a volte parlo così tanto nella mia testa che stento a sentire quello che succede fuori. Oggi mi parlo del verdetto che sto aspettando. Colpevole. La giuria dirà colpevole. E sarà il quarto salario che mi sfuma in un mese.
“In nome del popolo italiano pronunciamo questa sentenza, il fatto che essa dispone avrà valore di verità a partire da subito salvo successive impugnazioni”.
La formula di rito pronunciata dal giudice. Ora chiederà ai giurati, dai quali si è separato due minuti fa e con cui ha avuto un’accesa discussione di due ore e mezza, cosa hanno deciso.
“Che cosa ha deliberato la giuria? L’imputato è?”
Colpevole. Signor giudice.
Colpevole. Signor giudice.
“Colpevole, signor giudice.” Il presidente della giuria ha una voce sottile e stridula, ma la parola si impone da sé, non importa sentirla perfettamente. Si riuscirebbe a intenderla anche dal solo labiale.
Chino la testa. Faccio finta di disapprovare, di essere dispiaciuto per il mio cliente. In realtà non voglio guardarlo e sono dispiaciuto più per me stesso.
Continua il dialogo di rito. Il giudice sta leggendo con voce monotona la ricostruzione del fatto.
“All’esito del processo di primo grado, svoltosi in contraddittorio e nel rispetto di tutte le parti, si dichiara che la verità mutualmente ricostruita è questa: In data 5 agosto del corrente anno, il Signor G. F., imputato, ha lasciato la sua abitazione in auto…”
Non occorre ascoltarla tutta, si capisce già che è stata recepita quasi interamente la proposta di compromesso avanzata dalla pubblica accusa e dalla parte offesa. Salvo qualche contentino che mi avranno dato qua e là per rendermela meno indigesta. Mentre il giudice legge il suo piatto racconto, getto un’occhiata al tavolo del pubblico ministero senza alzare la testa. Avrà poco meno di trent’anni quel sorrisetto soddisfatto che finge modestia. Non gli importa che si tratti di uno stupido delitto colposo, per lui, all’inizio della carriera, ogni causa vinta è un tassello di popolarità in più. Alla mia età ogni causa persa è uno sprofondare sempre più nel baratro. E’ normale, più vinci più ti affidano cause spettacolari, più perdi più ti trovi relegato nel giro degli incidenti stradali, per dirne uno. Ma il problema sta tutto nella popolarità, l’indice di gradimento precipita e insieme a questo la tua credibilità. E senza favore del pubblico e credibilità non vale la pena neanche di definirsi avvocato.
Dal silenzio improvviso capisco che il giudice ha finito di leggere la ricostruzione dei fatti, alzo lo sguardo e incontro prima quello del giudice, interrogativo, poi quello del pubblico ministero, quasi commiserante, infine quello del mio cliente, l’unico che mi riesce a scuotere. Stanno aspettando tutti me, è il momento in cui devo ritirarmi dieci minuti con il mio cliente nella camera affianco. Non una piacevole prospettiva.
“Avvocato, lei e il suo cliente hanno dieci minuti per la Consultazione. Torni al suono della campanella”. Aggiunge come se fosse dubbioso del fatto che potessi non accorgermi del suono della campanella.
“Si vostro onore”rispondo stancamente.
Esco da una porta laterale, piuttosto vicina al tavolo della difesa. Il mio cliente viene fatto uscire da un’altra porta che dà sulla stessa stanzetta.
L’incontro è penoso, ma non ci vuole molto. Il cliente ha fretta di liquidarmi. Io ho fretta di liquefarmi. Concordiamo di riconoscere la verità della ricostruzione dei fatti. So che poi il cliente impugnerà in secondo grado, ma lo farà senza di me. Probabilmente scorrerà le tabelle degli indici di gradimento e cercherà un avvocato che gli offra il miglior rapporto possibile tra popolarità e prezzo. Mi succede spesso. In primo grado cercano di risparmiare. Poi, davanti a un verdetto di colpevolezza si spaventano e tentano di rimediare. Altra cosa da non sottovalutare é che sono entrati nel grande carrozzone spettacolare del processo e, una volta dentro, chiunque vuole uscirne il meglio possibile. E’ il proprio show, il tuo show personale, quello che si aspetta da una vita e tutti sono lì per te.
Tornati in aula, il giudice mi rivolge la domanda di rito.
“La difesa riconosce la verità della ricostruzione dei fatti?”
“Si vostro onore”.
“L’imputato riconosce la verità della ricostruzione dei fatti?”
“Si vostro onore, ma mi riservo di impugnare nel merito per migliorare la mia situazione”.
Il mio cliente ripete la formula che gli ho detto pochi secondi fa.
“Molto bene. La sentenza verrà depositata entro quindici giorni. Dal giorno del deposito inizia il termine di trenta giorni per avanzare richiesta di impugnazione nel merito, di impugnazione in diritto o di avvio del procedimento di pre-esecuzione. La seduta è sciolta”.



Viviamo in un’epoca dominata da un’ansia di miglioramento generalizzata. Da ogni parte, in ogni ramo del sapere, si vuole migliorare, sempre di più. Andare avanti, ottimizzare, ottenere sempre maggiore efficienza. Non poteva sottrarsi la sfera del processo. Il processo, il giudizio, è qualcosa di fortemente connaturato alla vita umana. Provate a vivere senza fare o ricevere giudizi, senza il timore di processi, senza prestare attenzione alle valutazioni esterne. Provate, pochi ci riescono. Anarchici? Liberi? Criminali? Ma ognuno, anche l’anarchico, ha il proprio processo da scontare. Che venga dai suoi o anche solo da sé stesso. Viviamo tutti perennemente sotto giudizio.
Come poteva quindi il processo penale sfuggire all’epoca dell’ottimizzazione e dell’efficienza? C’è stata una riforma, la Riforma, quindici anni fa. Ero da poco laureato in procedura penale, avevo iniziato a fare l’assistente presso la cattedra del mio professore, quando siamo stati travolti dal grande afflato riformatore. E’ salito al potere il Rottamatore, il distruttore del vecchio, il rinnovatore. Così si presentava. Mi suonava male, malissimo. Quello che a quasi il 60% dei miei connazionali eccitava a me precipitava nel pessimismo e nel terrore. Cambiare, migliorare, liberarsi del vecchiume, dei pesi, delle pastoie. Tagliamo e rimodelliamo in nome dell’efficienza. Naturalmente la prima cosa che toccarono fu la Costituzione. Le costituzioni erano eredità della seconda guerra mondiale troppo pesanti: a quell’epoca si era visto che cosa poteva fare l’uomo all’altro uomo, si era assistito a come fosse facile attaccare la democrazia dall’interno, servendosi dei meccanismi della democrazia stessa, per poi sventrarla. Era scoppiata la guerra, la più enorme e folle che si fosse vista da decenni, dove molti uomini avevano smarrito il senno e il senso dell’essere umani, molti altri c’erano arrivati fino al nocciolo, l’avevano capito, l’avevano conservato, nel caso fossero sopravvissuti all’ecatombe umana e spirituale. Pochi sopravvissero e quando si potè ricominciare a mettere un poco di ordine nel mondo, decisero di fare qualcosa perché quello che era accaduto non si ripetesse. Quel qualcosa erano le Costituzioni. Quando qualche studente mi chiedeva che cosa fosse una costituzione, io rispondevo: è la tua libertà. Non ho mai creduto in Dio, ma una religione forse l’ho avuta. Credevo che la Costituzione fosse una delle cose più belle che fosse accaduta all’umanità, forse più della venuta di Gesù Cristo.
Le costituzioni hanno ridato sicurezza ed equilibrio agli uomini e al diritto. Ma poi ci siamo sentiti sempre più sicuri, nelle nostre comode case, con la pace alle spalle da molti anni. E anzi, a volte le costituzioni ci pesavano con fastidio, quando gravavano con insopportabili lentezze le operazioni economiche, i processi, il lavoro degli organi dello stato, la repressione dei crimini, la lotta al terrorismo. Come quei vecchi lenti e decrepiti che fanno un sacco di storie e di ammonimenti quando le cose potrebbero essere molto più snelle, rapide, semplici. Efficienti.
Uso spesso quest’ultima parola perché è con questa che ce l’hanno infilato più volte nel culo. Chiedo scusa. La colpa è del mio professore. Usava queste frasi anche nelle relazioni e una volta si fece buttare fuori da un convegno internazionale. Non lo invitarono mai più. E io non posso evitare di farlo, mi sento un po’ più lui quando lo faccio e la cosa mi conforta.
Periodo lungo di corruzione, di crisi dell’istruzione, crisi economica. Immigrazione, povertà, paura del terrorismo, decadenza della politica, degrado dei mass media. Siamo passati per governi populisti, governi di potentati economici, governi di ladri e corrotti, governi improponibili e impresentabili, governi di inetti e temporeggiatori. E poi è arrivato lui, l’attuale. Il riformatore. Nessuno ricorda di averlo votato la prima volta, ma non è importante, arrivati al punto in cui eravamo l’avrebbero votato comunque se gliene fosse stata data la possibilità. Non aggrappatevi a tutti questi formalismi democratici che paralizzano il Paese.
Il riformatore è dinamico e simpatico, vuole piacere a tutti. Un colpo al cerchio ed uno alla botte. Le tensioni si allentano, si stringono le mani dietro le telecamere. Il riformatore vuole aiutare il Paese, ama profondamente il Paese, è in pena per esso. Cosa fare se non riformare la Costituzione? sia chiaro non togliamo diritti a nessuno, limiamo un po’ quella parte strutturale che non si adegua più a delle istituzioni di un paese rapido ed efficiente. Peccato che quella fosse la parte dei limiti e contrappesi ai poteri dello Stato.
Successo popolare, pochi oppositori bollati come professoroni pesanti, spaventati, trincerati dietro al vecchio, conservatori dello status quo. La riforma cambia la Costituzione. Diventa una Carta snella, flessibile, di soli quaranta articoli. Ma fondamentali. Il resto lo affidiamo alle leggi e ai decreti del governo, molto più liberi di cambiare così come cambiano i tempi.
Io ho pensato che il mio professore ne sarebbe morto. Mi ero già allontanato da lui, non voleva più sentirmi. Avevamo rotto anche violentemente ma quando lessi della riforma sulla gazzetta provai una pena così profonda per lui che desiderai che fosse morto qualche anno prima per non vedere questo momento. Aveva novant’anni all’epoca ma con una mente più lucida della mia. Solo dopo la sua morte appresi che quel giorno i vicini chiamarono la polizia perché il vecchio dell’ultimo piano aveva preso a sfasciare i mobili e rompere oggetti. Non so che accadde dopo.
Appena l’approvazione della nuova Costituzione dinamica glielo permise, si passò a cambiare i singoli poteri dello Stato per permettere all’esecutivo di vegliare meglio sulla loro efficienza. Il primo della lista, naturalmente, fu il potere giudiziario.
Si arrivò così alla riforma del processo penale. La terza era della procedura penale – come la chiamarono – nella quale io e il mio lavoro di avvocato ci troviamo ora infognati da quasi quindici anni.



domenica 15 novembre 2015

Della lettura e di altri parti

Voi parlate tanto di libri ma non sapete neanche che sapore hanno. 
Ne avete mai mangiato uno? Voi state lì a guardarli, li girate, li rigirate, gli date un’annusatina, una leccata, timida con la punta della lingua, li pesate sul palmo della mano. E passate quei primi istanti a soppesarli, ne individuate gli ingredienti, la perfezione degli odori, delle proporzioni. 
Ma via, sprecate quei primi fondamentali istanti a parlarci sopra al libro, a mettere la vostra testa dietro la sua copertina.
Ma via buttatevi, azzannateli, mordeteli, divorateli, affondateci la bocca. Dal libro deve colare sangue e succo sul vostro mento, sul bavero, sul petto. 
Non ci deve essere rispetto per i libri ma un sacrificio. Un sacrificio cruento, una fusione.
Mi avete chiesto in che modo li leggo io i libri. In questo modo carnivoro: potrei disperderne brandelli , far colare il succo ma io li voglio, li desidero dentro di me, provo piacere. 
Mi avete chiesto che cos’è leggere. Leggere è tutti quegli atti totalmente umani, bassamente umani, è un meraviglioso atto di piacere. Leggere è mangiare, è l’atto sessuale, è ingestione e espulsione. 
Voi siete i sacerdoti del libro, i custodi di quel luogo sacro. Ma via! Il libro è un sacro da profanare: profanatelo, riempitelo di umano, pisciateci in quella chiesa. 
E non venite a dirmi che leggete ad alta voce, che sottolineate le righe più belle, che piegate le pagine che vi sono piaciute. Così trattate un libro come un libro: sapete di essere lì, di averlo in mano, sapete che quella parte vi piace più dell’altra, sapete che quel libro finirà, che è destinato a finire. Come si fa a perdersi quando quegli atti vi ricordano sempre a voi stessi? Come si fa a fondersi, sciogliersi, mischiarsi e ricomporsi col libro, se tenete sempre una penna in mano e un tigno in testa, trovare le parti più belle. Affermate voi stessi sul libro quando dovreste tacervi e basta, e stare ad ascoltare. Ascoltate, siamo condannati ad essere noi stessi per la vita, siamo stati noi stessi dalla nascita alla crescita, saremo noi stessi nella morte. Non siete stanchi? E’ come avere sempre una sola vista, un solo orizzonte, un solo suono, un solo odore da annusare e riannusare, un solo tessuto da palpare e ripalpare. 
Voi siete voi, sempre pieni di voi, attaccati da nuguli di voi stessi che vi si ficcano negli occhi, non sentite il bisogno di uscire da voi stessi, non sentite il limite di vedere un mondo sempre infilati in un sacco che siete voi, che ha la vostra stoffa? 
I libri sono i buchi, buchi in cui spiare, i buchi da allargare e finalmente uscire, uscire a vedere come sarebbe il mondo se voi non ci foste. Cos’altro vi dà la possibilità di esistere smettendo di esistere? Di guardare l’esistenza senza doverla sempre filtrare per voi stessi, di conoscere finalmente altro. E’ l’unico modo per conoscere altro e non sempre il solito composto stantio, impastato con parti di voi.


Mentre voi parlavate di testa, io pensavo di viscere. E il mio pensiero di viscere spiava attraverso l’ombelico e vedeva cieco, perché l’ombelico non ha pupille: è un occhio cavato, vede sentendo, e ricordando.
E il mio ombelico mi ha ricordato che il mio rapporto con i libri passa da lì, nel sentimento di un cordone tagliato. In quella sensazione fantasma che hanno le persone che hanno perso un arto, mutilato, quando sentono di poterlo muovere ancora. 
Il mio rapporto coi libri è un rapporto ombelicale, vi ho detto. Cosa significa, mi avete chiesto. Non lo so, non l’avevo mai detto prima ma ho sentito che era vero mentre lo dicevo. E ho sentito che era vero quando voi ricostruivate l’etimologia di autore, autore- autorità, all’origine del libro c’è un’autorità che pone. Lì ho smesso di ascoltarvi perché c’era una vocina-me che mi dava fastidio e volevo chiarire con lei perché la smettesse di borbottare con quello squittio sommesso. “Autorità, autorità- diceva- bella scoperta. Tutti hanno bisogno di un’autorità. E’ un’autorità che pone anche noi stessi quando ci partorisce continuamente no? Non puoi pensare che una volta per tutte tu sia bello e partorito, no no. Sarebbe troppo difficile essere sé stessi ogni giorno da soli, senza alcun aiuto esterno. Autorità, autorità si certo. L’autorità ci serve, noi veniamo partoriti continuamente dall’autorità.”  Eh? Non potei trattenermi dall’interromperla, volevo che si sfogasse da sola e si esaurisse, come al solito. Volevo continuare ad ascoltare voi che ora parlavate di metodi di lettura lenta ma non mi sono saputa trattenere. Lei a fatica ha represso un mugolio di vittoria. “Si si si- mi ha detto con voce sibilante che voleva essere suadente- si autorità. Tu lo sai cosa fai quando leggi un libro?” Ero affascinata, diceva cose sconosciute che sapevo benissimo. “Entri in un ventre. Oh si si si. Tu ti accucci in quel ventre e ti attacchi il tuo cordone. E non sei più completo, non sei più autonomo, sei feto. Dipendi in tutto e per tutto dal libro che ti sfama. Tu puoi provare solo bisogni fisici tutto il resto dei sentimenti non ti appartiene più, vedi quello che vede la Madre, senti l’esterno solo ovattato dal suo ventre, non senti più il tuo interno, come se non esistesse più. Senti il suo interno, quello della Madre. Ti sei chiusa nell’utero, piccolo essere molle e informe, ti sei chiusa nell’utero, si si si, ora ti muovi se si muove lui, respiri la sua aria, l’interno e l’esterno non sono più tuoi. Sono i suoi.”  Avevo gli occhi spalancati e continuavo ad ascoltarla inebetita, fingendo di sentire voi. Momenti di nulla, vuoto di te, dipendenza fetale. Aveva ragione. Esisti e non esisti, esisti o non esisti, non ha importanza, aveva ragione. E poi il libro finisce e vieni espulsa fuori, ogni parto è traumatico ma è anche liberatorio. E quando esci sei sempre tu eppure ti sei accresciuta, sei stata in gestazione.
 I libri sono così, ti tengono in una continua gestazione. E le madri? Le madri che creano quegli uteri? Che ti offrono quegli uteri? Santo cielo - pensai - gli scrittori non sono altro che madri in affitto.

sabato 12 settembre 2015

Favole del buon risveglio

Mia cara bimba,
Io non voglio raccontarti storie per farti dormire.
 Scoprirai che, nella vita, è molto facile addormentarsi. Dormirai dopo grandi gioie e dopo enormi dolori, dormirai se la tua vita è perfetta, dormirai se la tua esistenza va a rotoli. Dormirai nel tuo letto e in cento altri letti stranieri, sconosciuti, comodi, scomodi, troppo duri, troppo morbidi, sottili, bitorzoluti, troppo pieni o insostenibilmente vuoti. Dormirai nel pieno silenzio primordiale, dormirai anche nel caos più totale. Ti addormenterai nei suoni della natura, tra le braccia di tua madre, sul petto di tuo padre, aggrappata alla mia schiena, con la testa sul tavolo della cena. Dormirai in movimento mentre sarai trasportata da un posto all’altro, dormirai in cielo mentre l’aereo affonda nelle nuvole. Dormirai se il mondo starà tranquillo, ma dovrai dormire anche tra guerre e terremoti.
Dormirai bene, male, beatamente, a singhiozzi. Ti addormenterai piangendo disperatamente o dopo una lunghissima risata.
Avrai lunghe notti buie e serene, oppure popolate di personaggi strani creati dalla tua mente.
Nel sonno farai cose incredibili che poi non ricorderai, cercherai di parlare, cantare, ballare, penserai di cadere, morire, precipitare, mentre il tuo corpo sarà sempre lì, al sicuro tra le coperte.
No, bimba mia, non voglio raccontarti favole della buona notte. La vita intera è una favola che ti accompagna ad una buona notte.
Io voglio raccontarti storie di un buon risveglio.
Voglio essere lì ogni mattina, quando aprirai gli occhi, a raccontarti che cose incredibili e sorprendenti può riservarti un giorno di esistenza.
Io voglio che la tua mente, il tuo cuore e il tuo animo siano pronti e aperti a un giorno nuovo e a quello che la vita gli avrà riservato. Perché la vita mette ogni giorno qualcosa in serbo per noi e sta solo a te decidere se prenderla o meno.
E allora, ascolta ogni mattina qualcosa, un pensiero, una parola, che ti dischiuda al giorno che ti si stende davanti. Ascolta come una giornata, se battuta piano, con un colpetto, sia esso una parola, una frase, una storia, possa risuonare o risplendere, come un tuorlo di luce, un seme di racconto, un rintocco di nota, addormentati dentro un guscio sottile, liscio e opaco.
Ascolta come in un’esistenza umana sono contenute in bozzolo infinite possibilità e, se non potrai averle tutte, almeno potrai conoscerne tante, potrai scoprire quanto l’essere umano si è ingegnato a modellare questa materia informe e riottosa che è la vita, facendone le cose più impensabili e strabilianti.
E scoprirai che anche tu potrai fare tutto questo, potrai cambiare la tua vita, manipolarla, colorarla, popolarla, portarla in giro per il mondo, condividerla, raccontarla. Oppure potrai non farne niente, prendendola così com’è, restando a guardare dove porta questo fiume, ma allora potrai osservarla a pieni occhi, comprenderla a mente aperta, non farti sfuggire nessun suono, nessun colore, non farti sfuggire, cosa ancora più difficile, nessun altro eccezionale essere umano, godere di tutto quello che esiste e che è esistito, che è stato creato o disfatto. Essere curiosa della goccia di pioggia e del campanile di una chiesa, trattenere il respiro di fronte ad un’alba o piangere davanti a un dipinto, far danzare l’anima al suono di una musica, far canticchiare il cuore al tocco del sole del mattino.
Voglio raccontarti queste storie perché nulla si perda della straordinarietà dei tuoi giorni, perché tu non dia per scontato neppure un fiato umano o il faticoso trasporto di una briciola della formica al suo formicaio.
Non mi importa quello che farai da adulta, non mi importa se amerai il tuo lavoro, se girerai il mondo, se sarai bella o ammirata, io voglio solo che il tuo cuore sia sempre aperto e coraggioso, nulla ti deve far paura, neanche la paura, devi conoscere il tuo animo e il tuo corpo e sapere che non li conoscerai mai abbastanza, devi sapere, anzi aspettarti, che fallirai, fallirai molte volte, ma questo non ti deve preoccupare. Tu puoi sempre riprovare o ricominciare daccapo.
Non giudicarti. Non essere arrogante o superba, ma non essere nemmeno il nemico di te stessa.
Esplora la tua vita, imbocca tante strade e lasciale pure se non ti soddisfano, se invece trovi una strada che ti piace, percorrila, vai sempre avanti e vedi dove porta. Se è una strada chiusa, almeno lo avrai scoperto da sola e avrai fatto tesoro del cammino.
E guarda sempre gli altri uomini, no, non per prenderne esempio, anche quello, se trovi qualcuno che ti ispiri veramente, ma tenendo sempre ben presente che ogni esistenza umana è irriducibilmente diversa e che tu non potrai mai diventare un altro né un altro lo potrai totalmente comprendere. Guarda gli uomini per conoscerli.
Condanna le azioni cattive e allontanati da chi le compie, rallegrati delle azioni buone e loda chi le fa. Ma non giudicare mai gli altri uomini, vivere la vita è una faccenda veramente complicata ed è facile sbagliare, è facile anche perdersi, e, a volte, recuperarsi.
Cerca di non disprezzare mai nessuno, specie se è oggetto di disprezzo generale. Interrogati sempre su quel che ha fatto e se vale la tua critica.
E, d’altra parte, non farti affascinare da qualcuno solo perché oggetto di apprezzamento universale, guardalo sempre nell’intimità dei rapporti umani. Immaginatelo mentre parla col droghiere o con la cameriera, mentre mette a letto i figli o chiacchiera con la moglie. Anche quelli tra gli uomini che fanno le cose più eccezionali sono fatti come te e si ritrovano a dover affrontare le stesse situazioni della vita, sono felici se sazi, sono irritabili se costipati, hanno parenti rompiscatole e sono tristi se il figlio quel giorno non gli rivolge la parola.
Cerca sempre l’umanità negli altri uomini, non ti arrestare al “professore”, “politico”, “scrittore”, “artista”, ma va a cercare l’uomo e vedi un po’ com’è. Avrai sorprese eccezionali: scoprirai che esseri meschini o abietti hanno creato opere di una bellezza e di una purezza struggenti e troverai un animo enorme e una mente socratica in un macellaio o in un bidello.
Gli uomini non sono mai un blocco unitario da poter bollare o schedare.
Ti diranno: quello è cattivo perché è andato in galera, quello è un pervertito perché ama uno del suo stesso sesso, quello è pericoloso perché è nero. Non credere mai a queste equazioni troppo semplicistiche, ma ragiona con la tua mente e servendoti di quello che vedi. Se una persona è cattiva o pericolosa, non desiderare di farle del male ma tienitene lontana e fai tutto quello che puoi per evitare che faccia del male a te o alle persone che ami.
Ascolta le opinioni e i giudizi degli altri ma non ti accontentare mai, non ti riposare sulle loro parole o sulle loro motivazioni, cercane sempre di tue.
Io non ti dirò che c’è un modo giusto o sbagliato in cui vivere la vita. Non penso sia sbagliato credere in dio e non penso sia sbagliato non crederci, non penso sia male amare una persona del tuo stesso sesso e neanche credo sia sbagliato desiderare un matrimonio e una famiglia tradizionali, non credo sia sbagliato cercare la stabilità economica ma non penso neanche sia sbagliato inseguire caparbiamente i propri sogni squattrinati.
Tu sei un essere umano libero, figlia mia, ma prima di lasciarti correre e scorrazzare per questa vita, io ti voglio dare dei consigli.
Non potrei lasciarti, indifesa, in balia di questo marasma di eventi e di persone che è l’esistenza. Se un valore può avere la mia vita prima di te, è quello di raccontarla, passarla in qualche modo a te, poi starà a te trarne qualcosa.
Non nego che gli uomini possono fare molte cose cattive, a sé stessi e agli altri, volontariamente o involontariamente, e tu devi essere pronta a capire quando ti stanno facendo del male, o quando tu stessa ti stai facendo del male, a prevenirlo, a difenderti, a curarti le ferite, a non odiare per paura, ma ad arrabbiarti senza timore quando ti è stato fatto un torto o quando è stato fatto ad altri davanti a te.
E allora ci sono alcune, pochissime, cose che posso dirti, per aiutarti in questa corsa difficile. Perché? Perché anche la tua mamma è stata aiutata da tante persone quando iniziava i suoi primi passi, ma anche poi, nel corso di tutta la sua vita.
E questa è la prima cosa che devi imparare. Non temere di farti aiutare, non temere di apparire debole o incapace agli occhi degli altri, siamo tutti incapaci prima di imparare qualcosa, siamo tutti deboli in certi periodi dell’esistenza.
Non temere di chiedere aiuto, ma non aspettarti che altri risolvano i tuoi problemi. Fatti insegnare a risolverli, fatti mostrare come si fa e, se non hai capito, fattelo mostrare ancora.
Credi profondamente nella solidarietà tra gli uomini perché, è vero, ci sono tante persone egoiste, menefreghiste, malvagie, maligne, indifferenti, calcolatrici, ma ci sono anche tante altre pronte ad aiutarti sinceramente e disinteressatamente. Riconoscile, evita le prime ma ricorda sempre che esistono anche le seconde.
E, in cambio, sii sempre pronta ad aiutare chi ti chiede aiuto, nei limiti delle tue forze e capacità.
Non cadere nella tentazione di salvare tutto il mondo. La gente morirà intorno a te, soffrirà la fame, verrà ferita, ammazzata, ingiustamente imprigionata, picchiata, umiliata. E questo ti farà arrabbiare, soffrire, indignare. Non puoi aiutare tutti, tu devi prenderti cura prima di tutto della tua vita e delle persone che ami e che dipendono da te. Ma, a chi ti avvicina, non negare mai un atto di umanità, fosse anche solo per dirgli che non puoi fare niente per lui, fosse solo un sorriso di scuse o un augurio di riuscire e di trovare fortuna.
Non pensare mai che i gesti di vicinanza, di solidarietà, di comprensione, di supporto, siano poca cosa, se senti di farli, falli. Saranno bene accetti e, se non lo saranno, almeno avrai avuto il conforto di non avere ignorato il dolore di un tuo simile.
Non avere paura come dei sentimenti positivi, di amore, di stima, di affetto, così di quelli negativi, di rabbia, di invidia, di gelosia.
Sii preparata a provarli, perché fanno inevitabilmente parte dell’animo umano. Anche i santi con le aureole, Gandhi o i filosofi greci dalle barbe folte, li provavano continuamente.
E allora, quando li provi, non negarli, non ignorarli, ma vanne a fondo, cerca di capirli, di capire perché li stai provando, di conoscerne le ragioni e vedere se sono reali o se sono frutto di una distorsione del momento o di un errore di giudizio. E, se sono sbagliati, non provarne vergogna, ma cerca di dominarli.
Non vergognarti mai di quello che provi o senti, nel bene o nel male, perché provare e sentire emozioni, negative o positive che siano, è il senso della vita umana.
Ma non fare mai che i sentimenti negativi che provi ti spingano a compiere azioni cattive, a fare del male ad altri o a odiare qualcuno ingiustificatamente.
Vedi, la bambina che stai invidiando in questo momento, perché ha un giocattolo che tu vorresti, o un vestito più bello del tuo, o perché pensi che sia più bella o più intelligente o abbia più talento di te, perché credi che abbia una vita più facile o più felice di te, potrebbe avere cento altre cose brutte che tu non vorresti mai, potrebbe desiderare tanto dei genitori attenti e affettuosi che invece non ha, potrebbe avere difficoltà a fare delle cose che per te sono naturali e semplicissime, potrebbe non provare nessuna gioia ad avere tutti quei giocattoli, potrebbe ritenere di essere bruttissima, di avere un naso sproporzionato, di essere stonata quando canta, e potrebbe addirittura invidiare te, per quei disegni bellissimi che fai, o perché sei capace di scoppiare a ridere ad altissima voce in mezzo al cinema, o di fare facce buffe davanti a tutti.
Devi essere contenta di quello che hai e rassegnarti a non avere quello che non hai. Ma se c’è qualcosa che non hai e che desideri ardentemente, senza posa, allora non odiare chi ce l’ha, ma fai di tutto per ottenerla. Se vuoi diventare una cantante d’opera e non hai una grande voce, non odiare chi canta senza sforzo come un usignolo, sono doni fisici che uno ha senza averli chiesti, oppure sono il frutto di duro lavoro, ma cerca di migliorarti, prendi un maestro, studia, impegnati, fallo per la gioia di farlo, sii consapevole di non poter essere la Callas, ma gioisci pienamente e senza ombre delle belle cose che riuscirai a creare.
Qualsiasi piccola, minuscola, aggiunta di bellezza a questo mondo è un atto di generosità, un dono che stai facendo a te stesso e all’intera umanità.
Goditelo quando accade e fa che accada, ma sappi che, una volta esaurito, dovrai ricominciare a cercarlo sempre daccapo, con impegno, sforzo, a volte sacrificio.
Una volta ottenuto il frutto del tuo lavoro, del tuo impegno, della tua arte, non pensare però subito che dovrai ricominciare tutto daccapo o che avresti potuto fare meglio o che avrebbe potuto essere migliore, ma gioisci sinceramente, con orgoglio, di quello che hai fatto. Sii contenta di te, perché avresti potuto non fare nulla quel giorno o perché sarebbe potuto essere molto peggiore.
Non ti ci vuole molto per iniziare questa vita, bimba mia. Curiosità e rispetto per gli altri e per te stessa, amore da chiedere e da dare, consapevolezza della possibilità di errore tua e degli altri, consapevolezza dei sentimenti brutti che proverai o del male che occasionalmente procurerai, capacità di dispiacerti, pentirti, chiedere scusa, ma capacità anche di provare gioia per la vita, orgoglio per quello che fai, stima di te stessa.
Niente è troppo piccolo o troppo grande per l’animo umano, sii lieta di una giornata di sole come della patetica di Beethoven, di un pezzo di prato come della Vergine delle rocce di Leonardo, di un bel voto a un tema a scuola come dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, di una conchiglia trovata in spiaggia come dell’amore della tua vita, di una poesia recitata da tuo figlio come della promozione al lavoro.
E quando ti accorgerai di stare correndo troppo, o che il tuo mondo sta correndo troppo davanti a te, abbi la forza e il coraggio di fermarti.
Fermati spesso, fermati anche per cose che sembrano senza importanza: ferma la macchina sulla nazionale se vedi dei fiori bellissimi al margine della strada; se una volta avrai tirato tardi fino alle 5 di notte, non andare a dormire, ma fermati a vedere l’alba; se starai lavorando, o con la testa persa nelle tue preoccupazioni, fermati a sentire le chiacchiere di un amico che ti chiama.
Non perdere mai la capacità di fermarti ad ascoltare e a guardare, sarà una delle più preziose della tua vita.

E sì, cerca l’amore nella tua esistenza, ma cercalo prima di tutto nel tuo cuore e poi tra le persone. Non avere paura di mostrarlo, non avere paura che possa essere rifiutato. L’amore è qualcosa di così bello ed eccezionale che è da ammirare di per se stesso, per la sua sola esistenza e tu sei da ammirare per la sola capacità di provarlo e conservarlo. Non importa che cosa ne venga poi dall’amore, quanti mali e quanti beni, e in che percentuale, tu perseguilo, nutrilo, amalo, siine fiera. L’amore non è da tutti, anche se è alla portata di tutti.

lunedì 7 settembre 2015

Una vita all'Ikea



“Dove corri?”
“…”
“Non sai parlare?”
“…”
“Guardami almeno! Che stai cercando là in alto?”
“mmm”
“Ehi bambina, dove stai andando? Dove vai?”
Stavo inseguendo il mio topo. Non potevo fermarmi a parlare con quel bambino, l’avrei perso.  Avevo visto quel topo volare lievemente reggendosi sulle due zampe su una lanterna giapponese di carta di riso bianca e avevo preso a seguirlo. Continuavo a correre col naso all’insù quando sbattei su due ginocchia ossute.
“Ehi” disse un ginocchio.
“ Attenta a dove vai” disse l’altro risentito.
Dovevano essere gemelle. Parlavano con la stessa voce. Cercai di spiare nel mezzo per ritrovare il mio topo ma loro si serrarono.
“Ti sei persa?” Disse una, scocciata.
Scossi la testa vigorosamente tentando di scartare a destra per superarle, mi sbarrarono la strada.
“Dove sono i tuoi genitori?”
Mi fermai. Cessai tutti i tentativi di superare le ginocchia e alzai la testa a fissarle nelle rotule, seccata.
“Sono morti” dissi con cattiveria.
Le ginocchia ebbero un fremito. Strinsi gli occhi e alzai un sopracciglio. “Oh sì, sono morti orribilmente. L’ultima volta che li ho visti erano distesi, fermi immobili, avevano gli occhi chiusi ed erano rigidi come stendipanni.”  Le ginocchia si mossero a disagio, non volevano sentire altro. Io ridevo malignamente dal basso. “ Prima si agitavano a destra e sinistra, destra e sinistra, poi i petti si sollevavano come se volessero staccarsi dal corpo, le gambe scalciavano e battevano i pugni sul materasso. Oh soffrivano orribilmente. Poi più niente. - feci una pausa ad arte- Allora, come intendete prendervi cura di me?” Le ginocchia cedettero e si divaricarono. Sorrisi sprezzante e passai oltre vittoriosa, riprendendo la mia caccia al topo.

Bagno per famiglie

Avevo visto il mio topo svoltare a sinistra, girai l’angolo e mi trovai in una zona chiusa. Non c’era più strada, non c’era topo. C’era una porta e un uomo con i capelli unti ritto nel mezzo a fissarla. “Nnnnn nnnnnnnnn”, sentivo un basso raspio di sottofondo e sperai fosse il mio topo ma mi resi conto che era quell’uomo che farfugliava sommessamente. Avrei voluto chiedergli del topo, mi misi di fianco a lui aspettando e intanto guardai meglio la porta, sopra c’era il disegno di tre omini, due grandi e uno piccolo e una scritta, BAGNO PER FAMIGLIE.
“AH!” urlò d’un tratto l’uomo sudaticcio, sobbalzò e poi riprese a biascicare“nnnnnn nnnnnnnnn.”
Ero stanca di aspettare, “Scusi- gli dissi a voce un po’ più alta del normale- scusi ha-visto-un-topo-entrare?” “ NON POSSO!” gridò lui e finalmente si girò a guardarmi. Aveva gli occhi così tondi che probabilmente le palpebre non riuscivano a coprirli tutti e dei capelli appiccicati che partivano da metà cranio e colavano fino alle spalle. L’uomo allargò ancor di più gli occhi col rischio che rotolassero via e lo prese un minuscolo tremito, guardò me, poi guardò la porta, poi di nuovo me. Indicò l’omino in pantaloni che tendeva un braccino blu a quello più piccolo e mi tese una mano. Non la presi e continuai a fissarlo negli occhi. “S-mettila d-i f-issarmi” disse infine abbassando  la mano, mentre la faccia gli si torceva a scatti. “ Le ho chiesto se ha visto un topo bianco entrare.” “ Lì non può entrare” fece con voce aspra. “E perché?” “Perché potrebbe entrare solo con una moglie topo e un topolino. Quello è un bagno per famiglie.” Sospirò.  Mi fece pena, chiesi il più dolcemente possibile “ Neanche tu puoi entrare?” scosse la testa guardando il pavimento. “Non hai una famiglia?” annuì al pavimento. “Perché non la vai a cercare?” Dissi stendendo un braccio verso l’imbocco dello spiazzo. Mi guardò spaventato. Poi i suoi occhi si ritirarono un po’ più dentro e riprese a fissare la porta tendendo un braccio a destra e uno a sinistra come faceva l’omino blu verso il suo piccolo e l’omino con la gonna. Mi arrabbiai. “Sei uno stupido! C’è tanta gente che cerca un omino in pantaloni, potresti servire a tante persone e invece te ne stai lì a fissare quella stupida porta! Non ci puoi entrare, beh ecchissenefrega! Vai a cercare altre porte! Muoviti!” Strinse gli occhi dolorosamente “ Mio padre e mia madre sono lì dentro, quando ero piccolo presero mio fratello per mano e entrarono. Io non ce l’ho fatta, non sono riuscito ad entrare. Nnnnnnnnn nnnnnn non Posso! NON POSSO!” Si torceva in spasimi e sputava Non posso come se ce li avesse tutti sullo stomaco. Lo presi ai gomiti, dove arrivavano le mie braccia e cercai di calmarlo “Non vuoi, forse non vuoi.” Prese a piangere piano, con le lacrime che colavano giù per traboccamento, senza partecipazione o sforzo. “ Avrebbero dovuto prendere anche te, perché non ce la facevi da solo. Non è colpa tua, non è colpa tua.” Lo calmai accarezzandogli il braccio, lui mi guardò grato, abbozzò un sorriso e mi serrò la mano con una stretta di ferro. “ Ahio!” feci guardandolo spaventata dal basso, lui continuava a sorridere, “Lasciami, io non vengo con te.” Gli dissi cercando di sfilarmi via la sua mano. “Aspettiamo.” Disse lui riprendendo a fissare la porta e l’omino con la gonna. “ Io non voglio aspettare- feci agitandomi e torcendomi- io devo andare, non voglio stare qui ferma, sto cercando una cosa.” Ma l’uomo sembrava di granito. Mi contorsi, piansi, urlai. Lui non guardava neanche dalla mia parte. Presi a insultarlo, a dirgli cose a raffica senza sapere quello che dicevo “ Sei un mostro, pensi solo a te stesso, non pensi a me?Io devo inseguire il mio topo. Non t’importa di nessuno, solo di te! Ho capito perché i tuoi genitori ti hanno lasciato qui!” La mano si spalancò come una bocca. Io mi misi a distanza di sicurezza massaggiandomi il palmo. Lui si rannicchiò in sé stesso, facendosi piccolo “Non mi hanno lasciato- disse iniziando ad afflosciarsi a terra- mi tenevano.” Io corsi via “ Mi tenevano!” mi urlò dietro “ Sono io che ho staccato la mano!” Corsi più veloce che potevo, non vidi neanche dove andavo. Mi fermai solo quando nella mia testa non sentii più il raspare di nnnnnnnnnn.

Casa di 40 mq

“Che state facendo?”
Lui sollevò la testa appena per vedermi. Poi la riabbassò sul viso di Lei. Lei riusciva a guardare solo lui.
 “Ci amiamo, bimba”
Mi avvicinai, “Perché?”
Lui guardò di nuovo lei, lei continuava a guardargli la fronte, le ciglia, gli occhi.
 “Perché lei non è me, bimba. Me la sto riprendendo.”
“Che significa?”
“ Significa che c’è stato uno sbaglio, lei avrebbe dovuto essere me e io lei, bimba. Avremmo dovuto essere insieme. Qualcuno ci ha separato, me la sto riprendendo e lei prende me.”
 Li guardai affascinata, erano bellissimi. Tutto quel nudo,  pelle che non se ne vede mai così tanta, fa l’effetto di tutto un cielo libero da palazzi. Lui era steso sopra di lei ma a lei sembrava non pesasse, lei continuava a fissargli il collo, le spalle, i capelli, accarezzandoli.
“E perché fate così?” “Perché se me la mangiassi non ce ne sarebbe più.” Scossi la testa senza capire, lei gli passava la mano tra i capelli. “ Bimba questa è la strada più diretta per portare me dentro di lei, se la aprissi a metà non entrerei dentro di lei, ma così oh sì. Questa è la strada per sentirla dentro.” Lei sorrise dolcemente.
“ Ma non ti basta fuori? E’ così bella.”
“Fuori è niente. Dove è il cuore, bimba?”
“Dentro.”
“(Fuori è niente. )Quella è la sua parte più bella.”
Sorrisi senza poterne fare a meno e me ne andai quando loro ripresero a muoversi insieme, danzandosi dentro.  E quando lei si voltò a guardarmi aveva lo sguardo pieno, e dentro vidi lui.

Casa di 30 mq

Dopo qualche metro c’era la casetta da trenta mq, dietro le vetrate senza tende quattro occhi spiavano gli amanti e denunciavano due disgusti. Quando mi avvicinai si fissarono su di me. “Entra” “Entra, entra” si parlarono sopra due vecchie voci. Tacquero entrambe. La casa stava stretta, le due vecchie erano qualcosa che il chiuso consumava insieme all’aria. “Hai visto quei due?” “Che vergogna, che vergogna.” “Certe cose una bambina non dovrebbe vederle.” “Perché?”chiesi “Santo cielo, santo cielo” “Perché no e basta, certe cose una bambina non dovrebbe vederle.”  Alzai le spalle. “Siete molto vecchie.” Dissi tanto per dire qualcosa. “Non come il cucco, non come il cucco.” “Chi siete?”chiesi,  guardando nella penombra lo squallore polveroso. “ Siamo le Signorine Misericordia, bambina” “Strano nome.” “ E’ il nostro nome.”  “E che fate?” “Aiutiamo la gente.” “Non vedo gente.” “Aiutiamo la gente che può entrare qua dentro” Mi guardai intorno. “E’ uno spazio piuttosto piccolo.” Commentai. Si guardarono piccate. “Le persone che possono entrare qua dentro sono quelle che meritano aiuto” disse una, sostenuta “Non devono essercene molte” “Sono quelle degne, quelle degne” disse l’altra. Strinsi le sopracciglia, “ Ma le persone che hanno bisogno d’aiuto, generalmente non sono quelle indegne?”  azzardai. Si guardarono di nuovo negli occhi, come per darsi pazienza. “No bambina, le persone indegne non hanno bisogno di niente.” “Perdizione eterna, eterna. Sono condannate.”  Disse l’altra agitandosi. “ Non hanno bisogno di noi” aggiunse la prima con voce strozzata.  Mi mordicchiai il labbro di sotto, riflettendo. Le Signorine intanto apparecchiavano un tavolo che sembrava un altare. “Coltello a destra.” Borbottava una. “Non bestemmiare” masticava l’altra. “L’inferno a chi fa peccato” andavano avanti e indietro dalla tavola alla cucina con passo barcollante. Sul tavolo non posavano nulla, “ l’uomo propone e dio dispone” diceva una e tornava di là. “chi dà e ritoglie, il diavolo lo raccoglie” arrivava l’altra e poi riscompariva. Quando ebbero finito e si risedettero la tavola era vuota e squallida come prima. “E quante persone avete aiutato?” Si guardarono sbattendo gli occhi “Nessuna.” “Nessuna, nessuna” dissero nervosamente l’una sull’altra. Tacquero entrambe. “Cioè, ci avete provato e non ci siete riuscite?” Mossero la testa “Non è venuto nessuno.” “Cioè non ci avete mai provato ad aiutare qualcuno?” “Non sono venuti.” Disse una, dura. “Non ci entravano, non ci entravano.” Borbottò l’altra. “Ma siete le Signorine Misericordia! Non potevate andarli a cercare?” “Dovevano  entrare qui dentro.” “Ma se voi foste andate a cercarli, forse li avreste convinti a entrare qui dentro! Forse non ce la facevano, o stavano male, o non sapevano che voi eravate qui per aiutarli!” feci accorata. “Non alzare la voce” fece una. “Schiena dritta e gomiti bassi” aggiunse l’altra. Continuavo a fissarle in silenzio, una scosse leggermente il busto e disse sussiegosa “Siamo le signorine Misericordia.” “Aiutiamo la gente” aggiunse l’altra. “Lo so, questo l’ho capito. Allora potete aiutare me?” Si guardarono stupite. D’un tratto persero sicurezza. “Vuoi la salvezza eterna?” provò una timidamente. Scossi la testa. “Vuoi redimerti dal peccato?” Azzardò l’altra. Feci ancora no, “Vorrei essere consolata.” Dissi con labbro tremulo, guardando il pavimento e rendendomi più patetica possibile. Le sorelle si scambiarono uno sguardo terrorizzato sopra di me. Mi sentivo triste e sola, mi facevo tantissima pena, ero la più sofferente dei sofferenti, la più bisognosa dei bisognosi. “Vi prego aiutatemi” dissi piangendo su me stessa. “ Sono stanca, ho sonno, ho fame. Sono tanto triste e non so perché. Ve l’ho detto che miei genitori sono morti orribilmente? Mi sento spersa. Non riesco a trovare quello che cerco. Mi sento inutile, inadeguata, non ho guide, non ho punti di riferimento, non credo a nulla. Sono spaventata.” scoppiai a piangere vinta dalla pena per me stessa e mi sedetti per terra coprendomi la faccia. Le due vecchie si irrigidirono. Io spiavo tra le lacrime aspettando un abbraccio o una carezza, che mi dessero una parola dolce, o un dolce da mangiare. Invece improvvisamente le loro facce si deformarono, erano stravolte dalla rabbia e dall’odio. “Tu essere immondo!” strillò una. “ Piccola peccatrice ripugnante.” “Essere perduto!” “ Fuori di qui, persona indegna!” Si misero a gridarmi contro e a spingermi fuori dalla casa. “Senza guida!” “Senza punti di riferimento!” Cercavo di parlare, di spiegare,  ma non mi ascoltavano. “Via di qui, vagabonda” “Vieni ad insozzare la nostra casa?” “A prenderti gioco di noi?” “Non ci faremo trascinare nel tuo fango” “Torna dalla tua razza maledetta, miscredente” “Bastarda, figlia di nessuno, senzadio” e mi sbatterono fuori, chiudendo la porta logora.

Casa di 60 mq

“Oh povera cara, povera piccola, stella mia.” Mi strinse qualcosa di caldo e profumato e mi accarezzò i capelli. Non resistetti e scoppiai a piangere. Piansi mentre mi faceva rialzare, piansi mentre mi metteva un braccio intorno alla vita e mi faceva camminare, piansi quando ogni tanto mi passava una mano sulla guancia o mi baciava gli occhi, piansi quando mi fece entrare in casa. Fu uno dei pianti meglio riusciti della mia vita. Quando mi fui calmata le chiesi chi fosse, mi rispose con una voce soffice che avvolgeva tutte le parole “Sono una mamma, tesoro.” Chiusi gli occhi a godermele quelle parole, come se avessi appena ingoiato qualcosa di squisito. Una mamma, finalmente. “Mi piacciono le mamme” feci a occhi chiusi. “Ne sono contenta” disse lei con un sorriso dolcissimo. L’aria intorno al suo corpo era calda e vibrante, il suo seno era morbido, la sua pancia era morbida, la pelle del volto era liscia di velluto. Alzai gli occhi e vidi la mamma che mi guardava. Le sorrisi, mi sorrise. Dietro di lei, sotto una cupola di vetro chiaro, sgambettavano, giocavano, piangevano e ridevano dei bambini. E tutti assomigliavano a lei o meglio lei assomigliava a tutti. “Sono i tuoi figli?” dissi avvicinandomi stupita.“Tutti pezzi del mio cuore.”  Schiacciai la faccia sul vetro, i bambini mi vennero vicino, avevano l’aria felice. Feci delle boccacce e scoppiarono a ridere. La mamma li guardava amorosamente, le sue espressioni cambiavano continuamente al mutare degli stati d’animo dei bambini. “Perché stanno lì dentro?” “Perché devono crescere, il mondo strappa quel che è piccolo e delicato.” Guardai meglio i bambini, alcuni avevano le dimensioni di adulti ma non me n’ero accorta perché erano come tutti gli altri, con la pelle liscia, gli occhi luminosi e innocenti. Solo che erano grandi. Strinsi le sopracciglia. “Tu li picchi mai?” Mamma e figli mi guardarono scandalizzati “Oh santo cielo, no.” “E li sgridi? Gli dici cose che potrebbero ferirli?” Mi guardò con infinita compassione. “Ma no, tesoro mio. Perché dovrei?” Cercai di trattenermi ma mi stavo innervosendo e non capivo neanche perché in tutta quella dolcezza dovessi irritarmi così tanto. E poi capii. L’aria era irrespirabile, totalmente rarefatta. Non c’era l’odio, è importante l’odio, non c’era il rancore, mancavano l’ambizione, l’invidia, la solitudine, l’indifferenza, l’estraneità, la varietà. La varietà, la tristezza, il rischio. C’è chi mette al mondo esseri umani e chi solo figli. Non si può creare un altro uomo per talea. Mi guardai intorno smarrita e poi vidi uno di quei bambini cresciuti che muoveva le labbra senza emettere suoni. Sentivo il suo labiale. Quella donna non fa altro che accrescere sé stessa, rendersi infinita nel tempo e nello spazio. Non vuole che soffriamo perché non vuole soffrire, non vuole che conosciamo altro che lei per paura di perderci. “Tu non sei una vera mamma.” Dissi senza riuscire a trattenermi “se no apriresti quella campana e soffriresti come un cane permettendo ai tuoi figli di soffrire.” Sgranò gli occhi. C’è chi si copre di figli per non vedersi. “Tu! Tu ti copri di figli per non vedere te stessa. Vorresti insegnare ai tuoi figli ad essere te perché in tutta la tua vita tu non hai imparato a farlo, non sei stata capace di sentirti completa.”  La mamma prese a piangere dolorosamente. E ora dalle il colpo finale, facci uscire. “No. Cresci. Fallo tu.” L’adulto bambino scoppiò a piangere rumorosamente e a battere i pugni per terra. Ma la mamma non corse a consolarlo, restò ferma a piangere silenziosamente. Era terribile vederla piangere, una mamma non mostra mai sofferenza, cede al dolore solo quando è enorme da spezzargli il cuore e fluire via. La abbandonai col cuore pesantissimo e l’idea di essere ingrata, impura, spezzata. Un dolore che mi sembrava quasi necessario. Come un peccato originale di cui ci si macchia inevitabilmente a un certo punto dell’esistenza.

Zona poltrone

“Si sente bene?”
“Uh?” l’uomo aprì gli occhi per un istante e riprese a dormire. Gli girai un po’ attorno poi parlai di nuovo“Sta dormendo?” Grugnì qualcosa. “Lo sa che fuori è già primavera?” Aprì solo un occhio e strizzò l’altro. “Primavera hai detto?” “Proprio così” annuii seria. “Devo aver dormito per almeno due liquidazioni e quattro svendite.” “Eh?” “Lascia perdere.” Il vecchio si raddrizzò lentamente sulla poltrona e si mise a massaggiarsi gli occhi accuratamente allungando le palpebre verso il basso e facendo facce strane. Scoppiai a ridere di gusto. Mi stava simpatico. “Dacci un taglio, ienetta.”  “Mi sta simpatico” gli dissi. “Uhm” annuì distrattamente guardandosi intorno. “Oh santo dio, sono ancora qui, loro coi figli e i figli dei loro figli.” “Chi?” “Chi, chi!” s’innervosì “Tu, i tuoi genitori, i loro genitori, i cani e dio solo sa chi altro, a fare sempre le stesse cose.” Guardai la folla disordinata tutta intorno che ci ignorava “Che facciamo qui?” Il vecchio si raddrizzò a guardarmi “Come?” mi chiese puntandomi addosso la faccia. “M-mi mette un po’ a disagio.” “Cosa hai detto prima?” “Ho detto perché siamo qui” “Perché…” sospirò come assaporando quella parola e si gettò sullo schienale chiudendo gli occhi. Aspettai un po’ , educatamente. “Allora?”  “Usi troppi punti interrogativi, bambina. Non hai paura di finirli?” Strinsi le labbra fissandolo. Lui mi spiò attraverso le palpebre calate. “ Perché non fai come qualsiasi altro essere umano a questo mondo e non mi ignori?” Gonfiai le guance “Voglio sapere.”  Il vecchio si sollevò, lo schienale della poltrona accompagnava tutti i suoi movimenti,  “Tu vuoi sapere? Tu piccolo insignificante esserino sogna-saldi? TU vuoi sapere?” scoppiò a ridere. Strinsi gli occhi minacciosamente. Il vecchio si lasciò scappare un po’ di stupore. “Evidentemente si. E cosa vorresti sapere di grazia? Dove è il bagno? Dove si vendono le stoviglie? Se è migliore il tefal o l’alluminio?”  “Lei ha detto che stiamo ancora tutti qui, cosa ci facciamo qui?” “Non lo sai? Non sei convinta di vivere la vita, tu come tutti quegli altri?” Scossi la testa “Non sono convinta di niente.” Parve riflettere profondamente, poggiò le mani sui braccioli “ E cosa dicono i tuoi genitori di tutte queste domande?” “…sono morti…orribilmente.” Dissi esitante. Lui mi fissò in modo ancora più penetrante “Sono morti eh? Fine scontata.” “Come!” dissi un po’ delusa e un po’ offesa “Non prova pena per me?” “No, perché dovrei? Possono farti molto più bene da morti che da vivi, credimi. Quanto a loro, sono morti buon per loro, si sono tolti un pensiero.” Aggrottai la fronte, curioso punto di vista. “E- e lei cosa intende fare per prendersi cura di me?” azzardai. Si sollevò seguito dallo schienale “Bambina,ti assicuro che non ho nessuna intenzione di prendermi cura di te.” “ah- feci un po’ spiazzata- ok.” “Ma veniamo a noi- disse il vecchio intrecciando le dita- tu vuoi sapere, non è così? E vuoi che il sapere te lo trasmetta io.” Feci sì con la testa. “Male.” Mi bacchettò. Smisi subito di scuotere la testa. “Credi forse che il sapere sia una moneta che si passi da una mano all’altra?” Lo guardai incapace di rispondere. “Il sapere è qualcosa di organico, di umano. Lo devi secernere, te lo devi produrre, si deve staccare dai tuoi organi, usare i tuoi tessuti. Non puoi certo aspettarti che ti arrivi così dall’esterno e tu sia pronta ad accoglierlo senza alcuno sforzo. Imparalo per la prossima volta.” Annuii seria fingendo di aver capito. All’improvviso mi fissò negli occhi “E ora vuoi dirmi dove sono i tuoi genitori?” Lo guardai smarrita, “Eh?” “Dove sono.” Ripetè.  Sospirai. “Al reparto notte.” “E perché fingi che siano morti?” “… Per imparare.” Dissi a voce bassa. “Come?” “Per imparare- ripetei più forte- Quando hai i genitori morti pensi a un sacco di cose e la gente risponde alle tue domande.” “Santo dio, bambina. La morte non insegna niente, la morte cancella. Sotterra. E’ la vita che deve insegnare ma nessuno pensa di doverla stare a sentire. Tutti pensano solo al modo migliore di viverla. Ma non senti come è tautologico? La vita non si deve vivere, già vive. Se vivi la vita è come se ripetessi un’azione, facessi qualcosa che contemporaneamente si sta già facendo. Tu sogni un sogno? Stringi una stretta? Il sogno è già sogno senza dover essere sognato, la stretta è già stretta di per sé, puoi aumentarla, allentarla ma una stretta è stretta perché la si stringe. Se no non sarebbe tale. La vita è già vita senza dover essere vissuta. La vita vive, porca miseria. E’ per questo che durante la vita non si può solamente limitarsi a vivere, occorre fare altro.” Lo fissai con la bocca semiaperta. La cosa parve irritarlo. “Non so perché perdo tempo con questo animaletto.” Sbuffò e si rigettò sullo schienale fingendo di dormire. Strinsi le labbra dalla rabbia. “E come mai lei che sa tutte queste cose è finito dimenticato su una poltrona?” Corrugò la fronte. “Non risponde ora?” Sbuffò e si girò dall’altro lato.

Deposito scatoloni

Tutt’intorno gli scaffali dall’altezza di cattedrali gotiche si protendevano come costole gigantesche di un torace scheletrico, gli scatoloni buttati qua e là sembravano brandelli di carne passita che nessuno si curava di coprire. Quel luogo sporco sfoggiava il suo squallore e la sua bruttezza. Uomini erano buttati in mucchi di stracci agli angoli non preoccupandosi di rialzarsi, di dormire o stare svegli, di coprirsi. Io li guardavo intensamente ma tenendo gli occhi bassi, volevo vedere se veramente erano uomini come me, se erano nati da una madre anche loro, se erano stati bambini anche loro, e avevano bocche e nasi. Una donna mi veniva incontro dalla parte opposta zoppicando e borbottando qualcosa. Ogni tanto si fermava e si aggiustava la gonna lacera poi riprendeva a camminare. Era sporca, scura come uno di quei panni per la polvere e la sua voce era roca come se grattasse continuamente contro la gola. Mi feci coraggio e la salutai “Buonasera.” Mi guardò di traverso, storse la bocca e non si fermò. Deglutii, “C-cosa è questo posto?” , per un istante fissò i suoi occhi selvaggi su di me, sembrava pronta ad attaccarmi se non l’avessi lasciata in pace. “Perché vive quaggiù?” Lei girò sui tacchi e si inoltrò in uno dei tanti corridoi secondari, la seguii. Aumentò la velocità del passo e del borbottio. “E’, è un posto orribile, perché sta qui?” Si fermò e senza girarsi la sentii dire “Io sono questo posto orribile.” “Non è vero, lei è una persona non un posto.”Questo mi pareva scontato. “Perché sei qui? Tornatene di sopra. Non devi stare qui.” Mi stupii “Lei si preoccupa per me?” “No” disse secca “la tua vista mi disturba.” Presi un’espressione ferita. Degli inservienti in divisa scesero dal piano di sopra, caricarono uno di quegli enormi scatoloni senza curarsi degli uomini distesi agli angoli e ritornarono su. “Guardi! Di là si torna di sopra, perché non andiamo insieme? Lì c’è luce e tanta gente.” “Mi fa schifo di sopra” “Beh sempre meglio di qui. Questo posto puzza.” Si girò di scatto e quasi sbattei contro il suo naso, “Almeno non fingiamo di non puzzare.” “Quelli là, quelli ci spingono via. E non è che non puzzano. E’ che non hanno il naso.”

Lanterna bianca

E caddi nel bianco.

“E questo?”
“Questo è vuoto.”
“ Il vuoto è bianco?”
“…”
“Perché nel vuoto io esisto?”
“Tu non esisti se non nel vuoto. Se tutto fosse pieno non ci sarebbe spazio per te.”
“Ma io sono piena?”
“Oh no che non lo sei. Sei un recipiente di vuoto. Trabocchi di vuoto. Quasi non lo riesci a contenere, lo spargi qua e là.”
“ Ma è male essere vuoti?”
“Solo se credi di doverti riempire.”
“Non devo?”
“Oh no. Non devi.”
“Ma l’altra gente. Quella piena, è qui che viene a riempirsi?”
“Si.”
“ E di cosa si riempie?”
“Oh, un po’ di tutto. Amore, rimpianti, carità, rancore. Qui si trova tutto.”
“ E questo tutto è a buon prezzo?”
“Prende quello che dai.”
“Io non ho niente da dare.”
“Allora non puoi avere niente.”
“E le altre persone come pagano?”
“Oh dipende da quello che sono disposte a dare. Alcune danno il loro tempo, altre dividono la loro integrità. Altre perdono i valori, alcune cedono sogni, e vuoti, e aspirazioni. Ci sono delle persone che si riempiono a forza come tacchini imbottiti e vogliono riempirsi di tutto. Altre scelgono, qualcosa lo evitano, di qualcosa hanno paura.”
“Io non ho visto niente che mi piacerebbe avere.”
Aspettammo un po’ silenziosi, osservando il vuoto che si insinuava tra noi come vento. Riflettevo.
“Tornerò qui?”
“ La domanda è se da qui te ne andrai.”
“Uh non so, non si sta male. Sento un po’ la mancanza del corpo, e di altri colori. Cioè so di averlo un corpo ma con tutto questo bianco non vedo nulla. Topo …”
“Si?”
“E’ per seguire te che non ho guardato gli scaffali …”
Esitai, sentivo il topo che attendeva educatamente.
“E se avessi perso qualcosa?”
“Che genere di cosa?”
“Non so, un’offerta, un’occasione.”
“Attenta stai ragionando come loro.”
“Si ma … E’ tanto terribile essere pieni? Insomma, nasciamo vuoti, giusto? E poi moriamo pieni. Funziona così?”
“Generalmente.”
“ Non mi sembra sbagliato. Mi sembra … naturale.”
“Naturale è come dire bestiale.”
“Bestiale?”
“Si bestiale, animale, fatale. Naturale. La natura è una schiavitù che crediamo di avere.”
“mmm”
“ Quando qualcosa ti sembra naturale, è perché segue la normale evoluzione di quel genere di cose. E’ come un finale che si ha già in corpo, una strada nota che si sa già dove va a finire. Naturale non significa altro che buttare le proprie redini, abdicare alla massa, al tempo e al caso.”
“ Allora deve essere qualcosa di sbagliato.”
“Oh no. Ciò che è naturale è sempre giusto. Ma se tu sei sbagliato, l’errore è il tuo giusto perché l’errore ti è innato ed è ciò che è giusto ad essere inadeguato.”
“ Topo… Sono confusa.”
“Bene.”
Mi fermai ancora a pensare.
“Topo, qui posso pensare per tutta la vita senza concludere nessun pensiero?”
“Se lo desideri.”
“Sai cosa vorrei, topo? Vorrei che niente cambiasse e tutto fosse diverso. Questo mi piacerebbe. Mi piacerebbe che tutto mutasse in continuazione ma che non fosse mai sconosciuto per me. Vorrei che i miei pensieri sanguinassero. Vorrei che tutto quello che c’è nella mia testa lo si potesse cacciare vivo di là e vorrei poterlo cambiare o distruggere senza rimorsi. E vorrei che il mio corpo fosse vuoto come un fantoccio e potessi aprirlo con una cerniera e mettermici dentro tutte le cose belle che amo e portarmele dietro per tirarle fuori quando lo desidero. Vorrei che le persone che incontro si prendessero qualcosa da me e mi lasciassero qualcosa. Una specie di baratto esistenziale. Vorrei che nessun incontro fosse dato per scontato, che nessuna natura umana venisse trascurata. Vorrei che l’incredibilità dell’uomo venisse riconosciuta sempre e comunque anche nel più triste, stupido, noioso degli esseri. A me l’uomo fa così pena per il solo fatto che è uomo che non riesco a condannarlo per nient’altro.  Allora non ci potrebbero essere punizioni. Ma nessuno riuscirebbe ad uccidere perché si ucciderebbe qualcosa di troppo complesso, vario, disarmato.”
Il topo restava in un silenzio triste.
“Non posso restare, topo.”
Il topo abbassò gli occhi.
“Devo tornare là sotto.”
Il topo non rialzò la testa. Scesi lentamente sperando che mi dicesse qualcosa, anche che avessi torto e di tornare indietro. Ma non diceva nulla, avvertivo solo il suo silenzio doloroso. Mentre scendevo guardavo intorno abbracciando tutto con lo sguardo e seppi che ogni singola cosa era mia, mi apparteneva. E io appartenevo loro. Doveva essere così.  Quando non vidi più neppure la punta del lungo naso del topo, seppi di essere arrivata con i piedi per terra.