venerdì 21 ottobre 2016

Il volo del Balon

Davanti alla scuola che frequento, in un quartiere povero e multietnico, c’è un parchetto incantato. Nel centro riposa, che sembra veramente addormentata come un gufo che dorme con la testa sotto la sua ala, una mongolfiera. E’ una visione incredibile. Lì, immobile, tra quattro alberelli sottili, questo pachiderma leggero e bianco, tenuto fermo con una decina di funi, proprio come se appartenesse a un circo. Tutte le volte in cui ci sono passata davanti, l’ho sempre vista là, ferma e prigioniera, e mi sembrava magnifica ma anche un po’ triste, un grosso meraviglioso uccello incastrato tra le corde.
Oggi pomeriggio, ho sentito che c’era qualcosa di diverso nell’aria, un fermento.
Ho prima visto un uomo che iniziava ad armeggiare con le sue funi, poi ci entrava dentro e rimaneva lì, nascosto alla mia vista. Ho pensato facesse manutenzione.
Poi l’aria si è messa a vibrare e dopo un primo stordimento ho capito cosa fosse: erano minuscole, sottili, voci di bambini che diventavano sempre più forti e sempre più vicine, finchè non sono apparsi alla mia vista, piccolissimi, in fila per due, vestiti con divise tutte uguali e colorate, che ridevano e scherzavano. Appena hanno svoltato l’angolo e hanno visto il grosso uccello rotondo, hanno preso ad urlare eccitati e lo indicavano e allora ho guardato anche io e mi sono accorta che si stava svegliando.
Lei, che non avevo mai visto viva, si iniziava a muovere piano, come se si stiracchiasse cautamente, senza credere di poterlo fare davvero dopo tanta immobilità.
Un secondo uomo si era unito al primo ad allentare e sciogliere funi. Nel frattempo i bambini erano arrivati là sotto e rumoreggiavano intorno come pulcini, io temevo che, dopo tanta immensa immobilità, tutta quella minuscola e velocissima vita fosse troppo per la mongolfiera, un risveglio troppo traumatico. Ma in realtà sembrava farle bene.
Dopo poco sembrava ringalluzzita e prese a salire, in verticale, come peter pan che decolla da fermo con la sola forza dei pensieri felici. Doveva avere quell’enorme testa completamente piena di pensieri felici, in quel momento.
Quando la sua testa fu finalmente e per la prima volta, a mia memoria, al di sopra di quei quattro alberi suoi secondini, io la sentii potentissima: la sua brama di cielo.
 Ora il suo interesse per i bambini mi sembrava passato, era solo il cielo che sentiva e presagiva. La vedevo rabbrividire dal desiderio e dal piacere. Mi prese una paura irrazionale, che qualcosa potesse andare storto, che all’ultimo momento i due uomini decidessero che ci fosse troppo vento o che non fosse sicuro per i bambini e le passassero di nuovo tutte quelle funi attorno senza averla fatta volare.
 Il tempo passava ma non si decidevano a far salire i bimbi e lasciarla andare. Io dovevo entrare a lezione, ma non riuscivo a staccarmi di là, senza sapere se ce l’avrebbe fatta, se avrebbe placato quell’enorme brama di cielo che avvertivo. Alla fine mi decisi e rientrai nella scuola.
Dopo una decina di minuti però non riuscii più a trattenermi, mi ero accorta di non sentire nulla della lezione e che tutta la mia testa era riempita di quel pallone. Corsi via.
Arrivata al portone sentii un forte odore di bruciato, ebbi paura e corsi più forte. Uscii all’esterno e vidi il parco di fronte a me. Vuoto. La mongolfiera era sparita, i bambini anche. C’era un enorme vuoto tra gli alberi, come un cratere lasciato da un meteorite.
Poi scorsi un’unica sottilissima fune, fissata ad un paletto, che quasi non si vedeva. La seguii con lo sguardo, in alto sempre più in alto, tanto che dovetti buttare indietro la testa, e lei era là, all’altro capo della fune, bellissima leggera felice. Cavalcava le correnti, non sembrava più enorme e sproporzionata, era giusta, era delle dimensioni perfette per quel cielo.
Ero così contenta per lei e avvertivo così tanto la sua gioia e la sua soddisfazione che non riuscii neppure a dispiacermi per quell’unica fune rimasta che le impediva di volarsene via per sempre.

Aveva avuto il suo cielo. Se lo stava bevendo, con le nubi e col vento. Questo, lo sentivo, le sarebbe bastato per covare felicità per altre centinaia di giorni sulla terra.












venerdì 7 ottobre 2016

Alle donne e agli uomini della mia vita

            Sappiatelo uomini della mia vita, creature umane bellissime e straniere, che io ancora non ho imparato a vivere, forse ancora non ho imparato che bisogna vivere. Ma c’è una cosa che so, uomini miei, uomini e donne che mi appartenete, so che imparerò. E non saprò neppure di aver imparato.

 C’è una cosa che ho saputo. Senza accorgermene, naturalmente, mentre vivevo: L’ineluttabilità. La vita è questa qui, che io la impari o che non la impari, che la riconosca o non la riconosca, che la guidi o la faccia scorrere. La vita è questa ed è qui. Ho imparato, miei cari, l’ineluttabilità e il tempo che involgarisce tutto perché tutto rende finito o ripetibile. Potrò sfuggire al tempo? Voglio farlo? Non so. Questo e qui sono mura e torri alte, è difficile starne fuori. Sempre che io lo voglia.

Sappiate, uomini che influenzate la mia esistenza, che io non so, soprattutto non so che devo morire e che a un certo punto la terra sarà senza di me e gli uomini della mia vita saranno uomini e basta perché tutto ciò che si agglomerava intorno a me scoppierà, si separerà, perderà me, la sua unità.
Cosa siamo allora? Forze aggregatrici? Creatori di insiemi e ponti di unità? Costruttori bellissimi di castelli di legami? Modellisti accurati di piccoli creati in miniatura, ripetenti minuziosamente la creazione in grande di dio. Manovali artigiani della piccola creazione?

Io so, miei esseri, che un uomo che nasce nasce agli altri uomini e nasce già posseduto e che già possiede e poi incontra e ancora viene posseduto e ancora possiede e viene perso e guadagnato e perde e guadagna. Ma non so il valore di ciò che perde e ciò che guadagna e non so la durata, la natura e la forma. E so che se sapessi questo, io avrei imparato la certezza e io e la mia vita cambieremmo completamente, una volta e per sempre, definitivamente.

Io non so nulla, care persone della stessa vita, ma so ammirarvi e amarvi e so desiderarvi, a volte so anche biasimarvi. Non riesco a odiarvi. E anche se non vi trattengo sappiate che in qualche modo vi tengo, anche se non vi cerco sappiate che  in un certo punto della mia vita vi ho trovato e vi ho conservato. Cosa salvare della precipitosa esistenza umana se non questo? Cosa fa eternità se non rubare e nascondere un ingranaggio al meccanismo che tutti porta all’arresto?



          Di che materia siete fatti, uomini che popolate il mio spirito e i miei desideri? Cosa lasciate in me, cosa conformate? E’ sangue carne spirito o amore?
Siete così complesse, nature mie umane. Vi tengo vi tengo e sempre mi sfuggite. Dove ve ne state? Come fate a mostrare sempre una sola faccia?


Eravate come ombre e vi ho visto che vi fingevate uomini e io ero fantasma pure e pure mi fingevo uomo e ci sfioravamo e non ci toccavamo, io non sentivo nulla, voi non sentivate. Come posso toccare veramente gli uomini? Come posso sperdere quei fantasmi, costringerli a smascherarsi, denudarli gridando: Non mentire tu sei uomo. Mostrati a me, non temere. E come faccio io stessa a non temere che gli altri mi si mostrino?

Io vi voglio carne nella mia carne, vita della mia vita, io vi voglio innestare nelle mie carni come pezzi vivi di una creatura mitologica. Non separatevi da me, condividiamo organi e pensieri. Come faccio a non perdervi? Come. Faccio. A non. Perdervi.


Devo perdervi. Del resto perdo me, continuo a perdermi, lasciandomi indietro come pelle vecchia. Vuota sulla strada, fredda e vuota, esistita, mentre la me stessa palpitante e accesa procede avanti e si fa nuova pelle.
Devo perdervi e recuperarvi, perdervi e recuperarvi. E perdermi e a volte recuperarmi.

Restate vicini però, restate vicini quando vi perderò. E  fate che io vi riconosca.


martedì 26 luglio 2016

Jones il suonatore

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Prima parte

In quel vicolo di roma ristagna sempre una musica come fosse umidità. Passa poca gente di lì, solo quella che lo conosce. Non è piccola come strada, ma ce ne sono di più grandi. Una ragazza è ferma in mezzo come trattenuta ma non è un pensiero a trattenerla, è la musica. Le piace tanto da voler chiudere gli occhi ma non lo fa perché se ne vergogna. Intanto se ne sta là, a galleggiare lievemente sui talloni e ad ascoltare. Potrebbe andare a vedere, dovrebbe andare a vedere da dove proviene quella musica di chitarra morbida, chitarra ben trattata, amata. Ma per il momento non si muove, ha paura che tutto si spezzi e il mondo bello crolli e si frantumi, lei sa bene che mondi belli e effimeri si formano, crollano e si frantumano ad ogni istante.

“Beh, ha ragione, non l’ho più visto da tanto. Quel suonatore all’angolo. Però non so dire quanto. Sì a un certo punto è sparito, ma non me n’ero accorto.” La ragazza china la testa e si allontana dall’edicolante. Perché la gente non dà importanza alle cose veramente importanti? Che cosa è che rendeva organico quel vicolo che sembrava secernere continuamente musica dai muri e dalla strada come umori di un corpo vivo? Cosa faceva rallentare un po’ il passo e posava una melodia nella testa per il resto del giorno? E’ quel qualcosa che sta intorno alla vita di ogni giorno, che muta impercettibilmente e riempie gli spazi vuoti, così piccoli da non poter essere riempiti da nient’altro. E’ quel qualcosa da cui ci si lascia avvolgere, possedere un poco, senza concessione, distrattamente, unicamente perché quel qualcosa c’è, come quando si dà a un mendicante il resto in spiccioli del giornalaio, solo perché il mendicante è lì e gli spiccioli pure ed è più facile che metterli in borsa. Così la gente di quella strada e del vicolo si prendeva quella musica, come spiccioli di cui non si sapeva che farsene e si potevano tenere o dare via. Eppure quegli spiccioli da qualcuno non sono trascurati. Per chi si sente povero sono una piccola ricchezza.
La cosa veramente importante di cui la ragazza chiedeva era un musicista di strada con la sua musica sparsa per la via. Ogni giorno era lì, tutte le ore a carezzare la sua chitarra. Era nero ma non molto scuro, quasi grigio, come se il suo colore si fosse un po’ scambiato all’aria col tempo, poteva avere quarant’anni o giù di lì, portava dei pantaloni neri a righe sottili con le bretelle, con su una t-shirt nera e un fazzoletto rosso al collo. Aveva dei bei capelli ricci e corti, un corpo forte e un sorriso raro e molto bianco. Suonava la chitarra, vicino alla bocca aveva un’armonica sospesa ad un sostegno e a volte cantava con una voce bassa, dolce e sottile. Era fatto così lo strumento di quella musica, sembrava sceso da un transatlantico venuto dall’america un secolo prima.
“Buongiorno”“Buongiorno, cosa desidera?”“Vorrei chiederle una cosa” Il sorriso commerciale si affloscia ma le labbra si riprendono presto. “Prego.” “Si ricorda di un suonatore che stava sempre in quella strada? Con la chitarra e l’armonica a bocca?” Il commerciante si fa sospettoso. “ Si, abbastanza. Si me lo ricordo” ammette “ Sa per caso che fine ha fatto? Sono due mesi che non si vede più, ne sa qualcosa?” “Non ne so proprio niente” si mette sulla difensiva poi si ammorbidisce “ora che ci penso è un sacco che non lo vedo, suonava proprio qui, all’angolo eh? Era nero” “Sì” “No, non lo so, non l’ho mai sentito parlare con qualcuno. Devi vedere al bar, questo qui a destra, lui ci andava nelle pause” “Grazie” La ragazza accenna un sorriso timido, rapidissimo e vola via.

E’ ferma nella musica, a un certo punto si sente osservata. E’ un vecchio con la barba grigia seduto in terra con la schiena contro un muro, la guarda insistentemente, profondamente, senza alcun imbarazzo sociale. Lei arrossisce, teme che voglia dei soldi da lei e la cosa la imbarazza. In quel momento tutto quello che ha è solo musica, quella musica, e non sa se lui potrebbe capire. Ma il vecchio non parla, non agita il barattolo delle monete, solo la guarda come se cercasse l’effetto della musica nei lineamenti del suo volto.

“Mi scusi. Scusi.” Cerca di attirare l’attenzione, “Un attimo solo” le giunge una voce indaffarata dietro una montagna di clienti in attesa di caffè, tutti quei suoni insieme, le voci oziose, i piattini sul bancone, il piccolo getto di vapore, le richieste, le ovattano le orecchie, si mettono tutti insieme dentro come un tappo di stoffa che filtra i suoni in maniera pastosa. Lei attende paziente e intanto diventa tutta occhi, a proteggersi dai suoni indistinguibili. Poi il momento di punta finisce e i clienti sembra che escano dal bar come una massa, tutti insieme. Rimane lei che pare l’abbiano dimenticata là e il barista che sembra stordito da quell’improvvisa solitudine. “Prego” dice con voce affaticata e gentile, è un ragazzo. Rimane zitta. E’ sempre timida con le persone della sua età. Poi chiede un caffè, le sembra la cosa giusta da fare. Il ragazzo sorride e si gira a prepararlo in silenzio. Poi le posa un piattino davanti e un cucchiaio e tutti sembrano in attesa della tazzina di caffè, il loro scopo, il loro completamento. Lei strappa una bustina con cura, cercando di non far cadere lo zucchero, poi beve. Il barista resta a guardarla. “Lei?” “Eh? Come?” fa lui come se riemergesse da una profonda distrazione “No, dicevo. Lei ha presente quel musicista di strada, quello nero, con la chitarra?” Lui la guarda molto fisso e poi sorride “Certo che l’ho presente, è molto bravo.” “Sa dove è?” Lui aggrotta le sopracciglia e piega le labbra “No, è da un po’ che non lo vedo, da più di un mese. Perché?” E’ la prima volta che glielo chiedono, rimane un po’ incerta. “ Vorrei sapere dove è” fa guardinga. Lui alza le spalle dispiaciuto “Mi dispiace non so dove puoi trovarlo. Prima veniva qui, ogni giorno a prendere il caffè, lungo. Ne chiedeva due in tazza grande e lo faceva allungare con l’acqua bollente” ricorda divertito.
E lei si smarrisce un attimo e smarrisce il bar e il tempo e immagina lui che entra stanco con la sua chitarra ferma in una mano e si passa l’altra sulla fronte, poi si guarda in giro e trova il posto migliore davanti al bancone, senza fretta si avvicina e si siede piano poi aspetta un momento e ordina il suo caffè “Due caffè in una tazza grande allungati con acqua bollente” sempre la stessa ordinazione ma lui la ripete perché non crede che la gente possa ricordarsi di lui anche se lo vede giorno dopo giorno. Quindi lo lascia raffreddare un po’ appoggiando gli avambracci sul bancone e non parla. Perché lui non parla per ingannare il tempo, se lo fa è per dire qualcosa e allora lo fa molto raramente. Poi nel suo campo visivo entra il barista.
Lei lo guarda. Il barista, lo stesso barista, una persona concreta, reale per entrambi, un legame tra lui e lei negli occhi, nel tempo. Un elemento che avvolge il tempo, se lo avvolge intorno come zucchero filato e c’ha tutto lì in fili leggeri, presente e passato.
“Io sono innamorata di lui” dice all’improvviso al barista, al solo legame che ha con lui. Il ragazzo rimane interdetto. “ Potrebbe essere in prigione, potrebbe essere morto” china la testa piano sul caffè. Il barista fa il giro del bancone, le si siede vicino e le sorride comprensivo, vorrebbe metterle una mano sulla spalla ma non la tocca. “Eri la sua ragazza?” Lei scuote la testa continuando a fissare il caffè. “Sei stata con lui?” Non risponde. Lui si raddrizza sulla sedia e appoggia un gomito sul bancone pensando. “Come ti chiami?” Lei alza un poco gli occhi “Eleonora” “Che bel nome” fa lui dolcemente “Eleonora, io non so molto dell’uomo che ami, l’ho visto ogni giorno passare da quella porta e sedersi…” si guarda intorno si alza, si sposta al lato più lontano del bancone “esattamente qui. Non ha mai chiacchierato con nessuno di noi. Ma posso dirti che è americano per la cadenza delle sue parole quando chiedeva il caffè, ma forse lo sai già. E che mi sembrava gentile, riservato ma gentile.” Si alza e ritorna vicino a lei e sembra che gli venga in mente qualcosa. Un giorno era entrato un vecchio barbone e lui l’aveva salutato e gli aveva offerto un caffè corretto e poi avevano iniziato a parlare di Hemingway e Fitzgerald, cosa che lo aveva alquanto stupito ma quando si era mostrato troppo interessato alla discussione loro si erano fatti silenziosi e avevano smesso. “Aveva un amico, un vecchio mendicante che sta nel vicolo.” Eleonora si ricorda due occhi chiarissimi come vetri che davano l’impressione che ci fosse qualcuno di ancora più acuto ad osservarti da dietro. Due occhi di vetro. Rabbrividisce dentro, annuisce lentamente e si alza. Il ragazzo pare agitarsi “Tornerai a dirmi come è andata?” Lei lo guarda un attimo e annuisce. Lui sorride. “Mi chiamo Daniele, o Dan.” Lei lo guarda ancora, piega la testa su un lato, annuisce e dice “Arrivederci, Daniele".

mercoledì 6 luglio 2016

Piccolo racconto d'antan

Nanny 
del passaggio all'età adulta




La signora Maria, la fruttivendola, e Clotilde che lavorava nella lavanderia si salutarono lungo la strada e si vennero incontro. “Come siamo eleganti stamattina, tutta in ghingheri!” disse Maria con un sorrisetto “ Hai ricevuto anche tu l’invito di Nanny?” L’altra annuì e cacciò un foglio di quaderno strappato su cui erano scritte poche righe e lesse “ E’ gradito l’abito scuro.” Sorrise divertita, Maria sollevò le spalle come a dire non ne so niente e fece cenno di avviarsi. In piazza c’erano già parecchie persone sedute sulle sedie pieghevoli che avevano portato da casa. Nanny allo sbocco della via principale accoglieva tutti educatamente, con la faccia contrita e lo sguardo insolitamente cupo, come se fosse sulla soglia della casa di un morente. Le due donne dopo averla abbracciata andarono a cercare le comari che le avevano conservato dei buoni posti, passando una diede una gomitata all’altra e indicò un lungo buffet fatto di più tavoli coperti da tovaglie di plastica dove c’erano bibite, salami e pizze rustiche “bene bene bene” disse Maria soddisfatta.
La folla parlottava allegra in attesa, tutti avevano rispettato la richiesta dell’abito elegante e ora commentavano le varie mises. La signora De Leonardi aveva persino messo la grande spilla di diamanti che indossava solo a Pasqua e ai funerali di famiglia.
Uno scampanellio e arrivò Annamaria come fosse una fata, scese dalla bicicletta e tenendola con una mano abbracciò forte Nanny con l’altro braccio “Come stai, dolcezza mia?” le chiese teneramente, Nanny si limitò a scuotere la testa in modo doloroso. Non voleva parlarne. Annamaria le sorrise dolcemente e disse solo “ Vado a posare la bici”.  Annamaria era la ragazza più bella del paese, era una gloria locale, la ritenevano perfino più bella delle ragazze della televisione perché era viva e reale, chi te lo diceva che quelle erano davvero come apparivano in tv? Esclamavano tutti, perfino gli uomini. Annamaria era la cugina di Nanny, aveva pochi anni più di lei. Quando fu vicina al lampione un ragazzo le si fece subito incontro e le chiese se poteva occuparsi lui della bici, lei non disse niente ma gliela lasciò con indifferenza e forse con una punta di fastidio.
Quando furono arrivati tutti, tutti quelli che potevano lasciare il lavoro, agli altri gliel’avrebbero raccontato il giorno dopo, Nanny avanzò con un tavolo quadrato tra le braccia e lo mise davanti alle sedie, al centro della piazza, a mo’ di palco. Ci si sedette sopra, poi si issò prudentemente in piedi e tossì. Si fece silenzio. “ Grazie per essere intervenuti così numerosi” disse. Non saremmo mai mancati, pensarono molti. Nanny aveva quindici anni e sotto molti aspetti era una ragazzina normale, molto bruna, cicciottella, non si poteva dire che era brutta ma non aveva una bellezza che colpiva a prima vista, come quella dei quadri di Botticelli o quella di Annamaria. Tutti la chiamavano Nanny, sin dalla nascita, ma lei si chiamava Giovanna e si firmava così sotto gli inviti che distribuiva ai compaesani. Sotto molti aspetti era una ragazza come le altre, dunque, ma non per tutti. Aveva un nonsoche, un pizzico di anormalità, di diversità, forse di follia. Fatto sta che quel po’ di strano e indefinito che aveva faceva sì che la sua piccola vita non passasse inosservata come tutte quelle della sua età e che tutti la tenessero d’occhio e ognuno a suo modo le volesse bene. Era benvoluta dalle sue compagne perché aveva sempre qualcosa di buffo da dire e poi non aveva niente che potessero invidiare. Era benvoluta dai ragazzi perché non era qualcosa di alieno come tutte quelle del suo sesso e non avevano paura di lei, e non volevano far colpo su di lei. Era adorata dai  pensionati della piazza perché parlava con loro e li ascoltava ma non in modo condiscendente come quelli del volontariato della domenica, li ascoltava come uomini e non come vecchi, come vecchi involucri di fatti passati. Era benvista da tutti i negozianti e fin da piccola ogni volta che poteva li aiutava in negozio e gli faceva sembrare più bello quello che facevano, e loro erano felici di avere qualcuno a cui insegnare che non temessero di sottrarre al lavoro perché non era stipendiata. Piaceva ai suoi professori non perché fosse particolarmente brava a scuola, anzi in alcune materie andava decisamente male, ma perché era l’unica allieva che parlasse a loro come uomini e non solo come contenitori di scienza e dispensatori di voti e autorità. E poi portava gli struffoli a natale e le chiacchiere a carnevale. Nanny faceva degli ottimi dolci, le aveva insegnato la vecchia Sesa, la fornaia, qualche mese prima di morire.
“Purtroppo l’evento per cui vi ho chiamati qui non è lieto. Si tratta di una perdita, si tratta di un funerale.” Continuò Nanny con tono solenne. Il chiacchierio che pizzicava la piazza si arrestò, l’atmosfera di festa gelò. “Che vuoi dire, Nannì? Chi è morto? Non abbiamo visto nessun manifesto.” Fece un uomo seduto in prima fila, “ Tu l’hai visto?” chiese al vecchio alla sua destra che disse di no “E tu?” fece alla donna alla sua sinistra che scosse la testa. Si sollevò un vociare perplesso. Nanny, insolitamente grave, alzò le braccia in modo teatrale, chiedendo il silenzio “Non ci sono manifesti ma è morto qualcuno che conoscevate” Si levò un urlo “Peppino! Dove sta Peppino?Non l’ho visto oggi!” teste agitate si voltarono di qua e di là, “Oh, so’ qua! So’ qua!” disse un vecchio con la coppola in testa e due denti in bocca, tutti si quietarono di nuovo, guardando Nanny preoccupati. Lei parlò  “ E’ morta la vecchia Nanny, la Nanny che voi tutti conoscevate.” Il cambiamento fu repentino. I volti tesi e tirati si rilassarono, le teste smisero di cercare persone assenti tra le sedie vuote, qualcuno si mise più comodo sulla sedia, altri parlottarono vivaci. Le cose erano tornate alla normalità, di nuovo tutto ciò che si aspettavano era una bravata di Nanny, che era puntualmente arrivata. Ci furono persino delle risatine trattenute. Nanny parve non notarle, parve non notare alcun cambiamento nell’atmosfera generale e continuò seria nel suo vestito nero troppo grande per lei, probabilmente prestatole da qualche signora del paese di grossa corporatura.
“Alfredo” disse all’improvviso la ragazzina “ Ti ricordi la Nanny che rideva a veder nascere i tuoi pulcini?” Un contadino abbronzato annuì dal suo posto in fondo “Ebbene non c’è più. E’ morta” Cercò con gli occhi tra la folla “Chiara, hai presente la ragazza che voleva imparare tutti i nomi dei fiori?Defunta.” continuò  a chiamarli per nome “Michele, Arturo, Ciccio e tutti gli altri ricordate la Nanny che si arrabbiava come un…” “Come un turco” la precedette Michele annuendo e sorridendo al pensiero “…quando perdeva a scopone?” concluse Nanny “Adios. Kaput.” E fece un gesto definitivo con le mani. “ Da oggi nulla mi interesserà più, nulla mi farà gioire veramente. Non riderò mai più di gusto. Prego Maestro.” Nanny fece un cenno a uno spilungone sulla quarantina che era in piedi alla destra del tavolo su cui si era issata Nanny. Quello, pronto, iniziò a suonare con l’armonica a bocca una lamentosa melodia, “Attacchi, Nonna.” Disse quindi Nanny a una vecchissima donna, fragile come una foglia secca. Quella si alzò tremante, si mise al centro tra il piccolo palco e le sedie e iniziò a cantare con una voce piccola e tremolante Perché, mammina, si soffre sempre d’inverno. In paese era famosa da almeno dieci lustri come esecutrice di Perché mammina si soffre sempre d’inverno. Nanny chiuse gli occhi e stette immobile fino alla fine della performance. Tra il pubblico c’era chi non ce la faceva più a trattenersi e ogni tanto si innescavano a catena attacchi di risa convulse. Di quelle che non riesci a smettere, che si concludono con le lacrime. Era la scena tragica più comica che si fosse mai vista.
Gli artisti continuavano imperterriti la loro esecuzione, Nanny aveva sempre gli occhi chiusi e una espressione dolorosa. La poderosa Signora Lenin, così chiamata da tempo immemorabile, ex sessantottina inaffondabile, decise che era tempo di sgattaiolare via e fumarsi la sua canna pomeridiana. La Signora Lenin era sempre provvista di canne in gran quantità e i ragazzi, quelli più ribelli, filonavano la scuola per andare a fumare da lei, a patto, però, che stessero a sentire tutti i suoi racconti di quando militava nel partito e si era quasi unita alla lotta armata. La donnona accese lo spinello. Il fumo danzò allegramente e salì verso l’alto e in alto decise di arrestarsi sotto il naso di Nanny che annusò lo strano odore e fu pervasa da un certo benessere. Man mano che la canna si consumava le espressioni della Signora Lenin e di Nanny diventarono sempre più serafiche e serene. La ragazzina aprì gli occhi e la bocca in un gran sorriso e scoppiò a ridere. Rise tanto e tanto forte che si piegò in due e dovette tenersi la pancia e le vennero le lacrime agli occhi. La dolente melodia si interruppe di botto e gli ispirati esecutori si guardarono perplessi e un po’ piccati. L’ilarità generale era ormai incontenibile e aumentò ancora quando scorsero la Signora Lenin accoccolata dietro il tavolo sotto il suo fumo scuro e capirono ciò che era successo.  Le risate produssero un tale boato che gli uccelli posati sugli alberelli della piazza volarono via. C’era gente che ululava dal ridere, crisi respiratorie, persone che cadevano dalle sedie e non lo sentivano neanche, come anestetizzate dalle risate. Tutto questo durò a lungo.

Quando infine tutti si furono calmati, ritendendosi ormai sciolti dal lutto, si avviarono al buffet chiacchierando allegramente e trattenendo qualche scampolo di risata. L’atmosfera era quella da festa del Patrono. Quanto a Nanny, quando fu finito l’effetto esilarante del fumo, tornò cupa, se possibile ancor più cupa di prima e rimase per qualche minuto a fissare le sedie vuote davanti a sé. Poi ridiscese lentamente con espressione truce. Annamaria che era stata l’unica a non aver mai nemmeno sorriso, le si avvicinò comprensiva. Lei la capiva, ci era già passata. Nanny alzò gli occhi sconsolati a guardarla e disse “ Io ho provato a dirglielo. Lo hai visto. Ho provato a dirgli che sono cresciuta. Lo faccio per loro, sai. Sai quanto si dispiaceranno quando non mi troveranno più, non mi capiranno più…” Annamaria annuì seria. Nanny scosse la testa “Succede tutte le volte, uno cerca di prepararli, di avvisarli… e loro non capiscono mai.”

martedì 21 giugno 2016

Lettera d'amore in 23 canzoni



Volevo scriverti una lettera che ti desse l'idea di quel continuo accadere dentro di me che da qualche anno a questa parte è smosso da te. Volevo scriverti una lettera che desse l'idea della fluidità, della varietà, della mutevolezza dei sentimenti che si incontrano ai pensieri e dei pensieri che intercettano i sentimenti. Ho pensato che solo la musica poteva farlo davvero bene. Che solo la musica ha quel flusso unitario e sciolto e diverso ma legato che hanno i sentimenti e che dovrebbero avere i pensieri sui sentimenti. Allora ti ho scritto una lettera per canzoni, perchè ti diano un'idea quanto più reale possibile dei miei sentimenti e ti raccontino in quale corrente tu ti sia venuto a bagnare.

1) TAKE ME HOME, COUNTRY ROADS – John Denver

E’ la colonna sonora di un film animato dello Studio Ghibli che mi è molto caro: I sospiri del mio cuore. Mi ci riconosco e ci riconosco anche te. E’ una bella storia di un amore puro tra due persone pure ancora in crescita. Lei è una ragazzina di tredici anni che vuole diventare una scrittrice, la testa persa nel mondo della sua immaginazione, piena di dubbi e critiche su sé stessa, angosciata e paralizzata dai suoi desideri e le sue paure, ma anche divertente e allegra. Lui è un suo coetaneo, compagno di scuola, l’ha notata, si è innamorato della sua diversità e della sua stranezza, ma anche di quella strana complementarietà che li rende compatibili, lui così solido e tranquillo. Ha letto tutti i libri che lei leggeva in biblioteca per farsi notare da lei, ma soprattutto per cercare di capirla. Lei all’inizio lo odia: lui la fa arrabbiare, non lo capisce. Eppure è attratta da qualcosa che lui ha e lei, invece, sa di non  avere, anche se ancora non sa cos’è. Lo ritiene arrogante, borioso, sicuro di sé. Poi, poco a poco, scopre la sua insicurezza ed è questa che la colpisce più di ogni cosa. E scopre, finalmente, cos’è che lui aveva e che lei invece non ha: la forza di costruire qualcosa, di prendersene cura, giorno per giorno, di farla crescere. E, infatti, lui costruisce violini, vuole andare in Italia a imparare a fare il liutaio e, come lei sa che i suoi tentativi di scrittura sono pietre grezze tutte da levigare, lui sa che i suoi violini sono tutt’altro che perfetti. Ma mentre lei si affligge del fatto di non riuscire a creare qualcosa che la soddisfi e si ritiene incapace, lui crede nel migliorare e nel migliorarsi e cerca la strada per farlo. Mi ricorda la tua frase, che dicevi sempre quando ti lodavo per qualcosa o qualcosa ti riusciva bene: Si può sempre migliorare. E lui, infine, riesce a convincere i suoi a mandarlo a studiare in Italia e lei, mentre lui è via, prima si abbatte ma poi si dedica anima e corpo a riuscire a finire un romanzo, perché vuole imparare la forza e la pazienza di lui. E ce la fa e non è affatto perfetto, ma è lì, frutto del suo lavoro e della sua dedizione. E poi lui torna e lei è serena perché, con il suo esempio davanti agli occhi, ha iniziato a fare come lui: semplicemente avere fiducia nella vita. Credere di potercela fare a migliorare, a crescere, nonostante gli ostacoli, e intanto godersi il tempo impiegato a farlo.

2) SUSANNE – Fabrizio De Andrè/Leonard Cohen

Ho sempre voluto essere la Susanne di qualcuno. Ho pensato che forse sono la tua. 

3) LONG LONG JOURNEY – Enya 

Enya è il mio psicofarmaco naturale. Mi ristabilisce uno stato di tranquillità e quasi di contemplazione. Mi cade addosso come una doccia calda rilassante. Me la sento nel petto. Questa canzone in particolare mi ricorda che la strada è lunga nei periodi bui e difficili ma che ti devi ripetere di andare avanti perché non si può mai smettere di andare avanti anche al buio. E questo, in mezzo al disastro, ha una sua certa bellezza.

4) WHILE MY GUITAR GENTLY WEEPS – The Beatles

I Beatles erano innovatori, erano geni, erano venerati, erano dei. Questa canzone mi ricorda che erano uomini. E il più umano di loro era George Harrison che scriveva canzoni per chi di loro perdeva la bussola. E suonava la sua tristezza e la sua disperazione per il prezzo del successo planetario su quattro poveri esseri umani che li stritolava. Mi fa pensare che qualcuno può. Qualcuno può rimanere umano quali che siano le circostanze. La ascolto nei miei momenti tristi o depressi, mi sento capita e mi sento di capirlo quando l’ha scritta. 

5) LOVE IS HERE TO STAY – Louis Armstrong/Ella Fitzgerald

Questa canzone mi dà serenità e allegria. Il modo incredibile in cui si combinano perfettamente le due voci di Armstrong e Fitzgerald: l’una roca, che raspa, un rotolare di ciottoli e ghiaietto; l’altra liscia come l’acqua, liquida, levigata. Acqua sul brecciolino. Una combinazione sorprendentemente perfetta. 

6) ROMEO AND JULIET – Dire Straits

La canzone dei miei struggimenti romantici. Scoperta nel viaggio studio a Malta nel 2009. Mi ricorda una notte di delusione in cui mi struggevo, mangiavo i cioccolatini, e mi struggevo ancora, ascoltando questa canzone a ripetizione. Adolescenza spinta. A 21 anni. 

7) THE MOON SONG – Karen O

Contrariamente a quasi tutte le altre, è una acquisizione recente. La nostra prima estate da quando ci eravamo messi insieme. Io e l’amore, il mio, il nostro. Io che non capivo l’amore. E poi questo film, Her. Non è il film l’importante, ma lì, in una scena secondaria, leggono una lettera, neanche la più famosa, una di quelle che gli altri dimenticano. Era per un anniversario di cinquant’anni di matrimonio. Te l’ho scritta tante volte. Inizia con “Continuerai a raccontarmi” e finisce con “ E’ bello vedere il mondo come lo vedi tu”. Ho capito che quella lettera era il nostro amore. Era l’amore che mi stavi offrendo, tra tutti i milioni di tipi di amore che esistono nel mondo. E ho capito che io quell’amore lo volevo, che amavo essere amata in questo modo, che mi scioglieva il cuore, che tu mi stavi sciogliendo il cuore, che era ben annodato. 

8) LA CURA – Franco Battiato 

Non amo Battiato. Così incredibilmente cervellotico e così serioso da scadermi nel ridicolo. Non riesco a prenderlo sul serio perché si prende troppo sul serio. E’ il cugino Collins di Orgoglio e pregiudizio. Ma questa canzone, per quanto fitta di battiatismi, mi ha parlato con verità. Il desiderio di prendersi cura di un altro uomo è uno dei sentimenti più belli e commoventi. Forse il senso più alto dell’amore. Perché per prenderti cura di una persona, nel modo giusto, quella persona la devi capire, pienamente e profondamente. E questo è uno dei più grandi atti d’amore che si possano fare. 

9) HUMAN ORCHESTRA – Colonna sonora del film Bright Star

E’ tutto il lato fragile dell’esistenza. Bellissimo, delicato e struggente. E quindi avvolto da tristezza. L’estrema bellezza è estremamente fragile. Io vorrei insegnarti la fragilità di alcune persone, bella e triste. Persone che sembrano deboli o perse o incapaci, perdenti. Sono le persone-fiori, così brevi e splendide, che ti riempiono di stupore e di incredibile malinconia insieme. 

10) SO LONG, MARIANNE – Leonard Cohen

Questa è la canzone che mi ricorda tutte le persone-zingare che sono entrate nel mio cuore, una volta, dalla finestra, e mi hanno stupita e conquistata. Sono delle persone che ho amato di passaggio, ma che non avevo la capacità di trattenere, perché si presentavano già zingare e nomadi nella mia esistenza. Mi hanno incantato con le loro nature e le loro storie, io ho aperto loro la finestra e le ho fatte entrare, le ho dato un pasto caldo, ho dato loro affetto, mi sono presa cura di loro se erano ferite, ho giocato con loro. Ma la finestra era aperta, potevano sempre fuggire via e, ad un certo punto, tutte l’hanno fatto. Amo queste persone affamate e irrequiete, ma non riesco a sfamarle. Forse nessuno può, neppure loro stesse. Le prime volte ho tentato di tenere chiusa la finestra, ma soffrivano, si agitavano, diventavano feroci, la rompevano e scappavano. Allora ho imparato a tenerla aperta e lasciarle andare. Possono tornare, ogni volta che vogliono, il mio fuoco sarà sempre caldo anche per loro.

11) SE TI TAGLIASSERO A PEZZETTI – Fabrizio De Andrè

La canzone di De Andrè in cui mi ritrovo di più. Un giorno qualcuno mi dedicò questo verso: Adesso aspetterò domani per avere nostalgia, Signora Libertà Signorina Fantasia. Così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza. Con la tua nuvola di dubbi e di bellezza”. Ci ho visto dentro tutta la mia vita. Ci ho visto dentro tutta me. Mi accompagna nell’animo da sempre. 

12) WAIT – Alexi Murdoch

Un’altra canzone sentita in un film. Uno di quelli che amo di più: American life. Questa canzone mi è cara perché canta qualcosa di fondamentale per me: una persona, qualunque di noi, può perdersi per la strada, può arrancare, può essere in ritardo, può intrecciarsi nella sua testa, può ingabbiarsi nella paura, però ha bisogno – ha sempre bisogno – che chi la ama, chiunque la ami, stia lì ad aspettarla mentre lotta, cade, si districa da tutto questo. E lo chiede sempre. Anche se di fatto non lo sa, anche se sembra che non lo voglia o che ti respinga o che ne possa fare a meno. Tutti hanno bisogno di un viso in cima alla scala, in fondo al tunnel, che ti guardi con amore e dica: “Io sono qui, ad aspettarti. Io ti amo, so che ce la farai. Vieni da me. Ti aspetto”.

13) PERFECT DAY – Lou Reed

Lou Reed è una delle voci più belle e sensuali di sempre. Sensuali perché vibra di promesse ai tuoi sensi, ti solletica l’udito, ti ispira il tatto. Questa canzone ha l’atmosfera di quei giorni che sono perfetti con poco, non dovevano neanche esserlo, sono improvvisati, rubati, eppure d’un tratto scopri che sono stati perfetti proprio per questo: perché non avevano avuto bisogno di preparativi, di aspettative, di motivazioni. Sono capitati, così materiali e inattesi, da non darti il tempo o la scusa di non goderteli.

14) I’VE JUST SEEN A FACE – The Beatles

Questa canzone batte il tempo del mio cuore quando è felice. E’ il suono che fa la mia eccitazione di vita e d’amore. E’ quando il cuore va a palla e sembra che la vita sia un gioco meraviglioso e che tu non ti annoieresti mai a giocarlo in questo modo. 

15) PLEASE PLEASE PLEASE LET ME GET WHAT I WANT – The Smiths

Questa canzone, invece, è la canzone della mia disperazione. In particolare quella legata a qualcosa che il mio cuore e il mio corpo desiderano ma che non possono avere. Per me è catartica, è come il canto della fenice: il mio dolore che si trasforma in questa canzone e vola via. I giorni successivi a quelli in cui mi sono dichiarata ad un ragazzo che ho desiderato per molti anni e lui mi ha respinta, l’ho sentita ogni giorno, per ore. E giorno dopo giorno si è portata via un po’ del mio dolore. Mi ha ripulita. Ne sono uscita forte. 

16) ONLY TIME – Enya

Only time è una voce lontanissima, eterna, infinita. E’ la voce della madre del mondo che ti conforta e ti consola e dice al tuo cuore: “Stai calmo. Nessuno può sapere cosa succederà prima che succeda. Solo il tempo chiarisce, solo il tempo lenisce. Tu stai vivendo la vita di uomo come miliardi dei miei figli, tuoi fratelli, prima di te. E, capisci, per certe cose l’unica legge è quella del tempo. Il tempo ti chiarirà tutto, il tempo ti curerà. Resisti”.

17) FAMOUS BLUE RAINCOAT – Leonard Cohen

Cohen più che fare canzoni racconta storie, meravigliosamente. Il tono di questa mi incanta, perché quando qualcuno riesce a trasmettere con poche parole e note e modulazioni della voce una tale intensità e complessità di sentimenti a me pare un miracolo. Lui racconta la storia di un amore e di un tradimento, ma non quelli che si potrebbero pensare. Cohen scrive una lettera in musica a un suo amico, si rivolge direttamente a lui: “la mia donna, Jane – dice Cohen – se ne è andata a vivere  con te, uno dei miei più cari amici, ma ora è tornata da me, svuotata”. Dal suo tono, da quello che dice, si capisce che Cohen è rimasto ferito, eppure non odia l’amico, non lo riesce ad odiare. Questo suo amico è una di quelle persone belle e fragili, di cui ti parlavo prima. Quasi sicuramente votato all’autodistruzione. Cohen  gli scrive per dirgli: “dovrei odiarti, eppure non ti odio. Anzi il mio cuore è ancora colmo di amore per te, non ti è indifferente. Vuole sapere come stai, se te la passi così male come dicono, se ti sei disintossicato, se l’abbandono di Jane ti ha buttato nella depressione”. Questa è la storia di un amore tra due esseri umani, che si può chiamare amicizia. Ed è l’estremo tentativo di un uomo di salvare l’altro incapace di aiutarsi da solo. Gli dice: “torna. Ti salviamo noi. Non importa che sia Jane o sia io. Torna. Tu hai qualcuno. Non abbandonarti”. Non è solo perdono, è oltre, è di più: è cura. Prendersi cura. Cosa che si fa per amore, sempre a discapito di un po’ di sé stesso.

18) TOWARDS THE SUN – Alexi Murdoch

 E’ la canzone del viaggio, del distacco. La chitarra di sottofondo macina Km, mentre la voce sale alto oltre tutti i panorami e vicino al cielo e al sole. Come quando si guida da soli e gli occhi sono incollati fuori, i piedi premono i pedali, ma la mente viaggia, fa un giro intorno al sole, e ritorna. 

19) TEMA D’AMORE – Ennio Morricone

Questa musica ha la tua dolcezza piana e delicata. Quella che ti fa sorridere agli angoli della bocca e sfiorarmi con la punta delle dita. Ma che poi gonfia. Diventa potente, travolgente. E quando ne sorprendo la fermezza e la forza penso sempre quanto possa essere stupefacente la coesistenza in te di entrambe. 

20) HEY THAT’S NO WAY TO SAY GOODBYE – Leonard Cohen

La mia canzone delle separazioni. Tutti gli amori a distanza hanno il suono di questa canzone. C’è amore, c’è desiderio, c’è intimità, c’è benedizione, c’è nostalgia, familiarità, consolazione. Mi risuona dentro ogni volta che parti. 

21) CANZONE – Lucio Dalla

E’ la mia canzone d’amore preferita. Non è particolarmente romantica e per nulla sdolcinata. Per me l’amore è così: è allegro, passionale, libero, un po’ pazzo. E’ felicità, contemplazione, sensualità. E’ “lo stare nudi in mezzo a un campo a sentirsi addosso il vento”; è l’istinto del desiderio del “potrei amarti anche qua: nel cesso di una discoteca o sopra il tavolo di un bar”; è “i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai, adesso anzi me li mangio tanto tu non lo sai”. Questi ultimi versi mi ricordano sempre te: hai degli occhi incredibili, bellissimi, i tuoi occhi dicono tutto, sono fermi e limpidi ma anche caldi. Io credo che prima di tutto mi sono innamorata di quello che dicevano i tuoi occhi.

22) JE VAIS T’AIMER – Louane 

Mi ricorda un momento particolarmente bello con te. Era un tempo della nostra storia in cui ci allontanavamo, ci avvicinavamo, ci riallontanavamo. Continuamente. E io cercavo affannosamente qualcosa che ci accomunasse, che ci tenesse vicini. Quando andammo a vedere questo film, La famiglia Belier, ci piacque. Eravamo di nuovo molto vicini e questa canzone cantava con la voce del mio amore per te. Con l’intensità che sapevo aveva il tuo. Anche se spesso non lo capivamo e non ci capivamo. Ce la siamo poi dedicata a vicenda molte volte. 

23) VIOLIN-CONCERTO OP. 35 – Tchaicovskij

E’ il concerto di musica classica che più amo in assoluto. E’ indescrivibile l’effetto che mi fa: mi esalta, mi scioglie, mi rende nostalgica, languida. E’ la musica che più si avvicina a un orgasmo di donna, prima sottile e piano, poi teso fino all’esplosione.



domenica 8 maggio 2016

La futura madre

       Al parco.
      - Lei è enorme, dovrebbe starsene a casa!
      -  Come, scusi?
      - Cerchi di non espellere il coso qui davanti a me.
      - Sta parlando di mio figlio, per caso?
      - Si si. Il coso che è nella sua pancia e che è lì pronto a gettarsi fuori da un momento all'altro
e venire qua a prendersi l’acne, votare il partito sbagliato e a non tirare lo sciacquone del cesso.
 Non è uno molto cordiale lei, eh?
- E che c’è da essere cordiali, Signora? Quando le giovani donne si sformano per mettere al mondo tizi che si legheranno ad altri tizi e pretenderanno e chiederanno e soffriranno, stringendosi sempre più in una trappola di legami che gli arriverà al collo fino a strozzarli tutti.
- Lei deve essere una persona molto sola.
- Mai abbastanza, Signora. Mai abbastanza.
- Vuole che me ne vada? (ansando)
- No, dal momento che si è arenata qui, non vedo proprio come potrebbe spostarsi. Vado io. (si alza) Resti, donna incosciente, tanto ormai il guaio è fatto.
- Si riferisce al fatto che mi sono seduta qui?
- Mi riferisco al fatto che si è fatta mettere incinta. Ma che le è passato per la testa? Non le è bastato essere stata messa al mondo senza che nessuno le chiedesse niente? Perché farlo ad un altro essere umano?
- Non è stato poi così male fin’ora.
 Ma allora perché si spreca così? Mettendo mezzo suo patrimonio genetico in quel coso? Non le bastano le sue cellule e tutti i problemi che le hanno creato in trent’anni di vita? Deve proprio tirare su una dependance?
- Lei mi fa ridere.
- Ma ci ha pensato bene, femmina incosciente? Lasci perdere quell’animale di suo marito, certi uomini hanno in testa la riproduzione da quando sono nati, sono le amnesie della natura, le falle dell’evoluzione. Ma lei? Sacrificherà la sua vita al benessere di un’altra che non c’era prima di lei e senza di lei non sarebbe mai stata. Ma perché? Sta creando a quel povero coso un debito esistenziale e un sentimento di determinazione, mancato controllo, mancato arbitrio che non estinguerà mai. E quell’esserino rosso e inerme che diventerà grande e ingrato, necessariamente ingrato, perché non si può essere in debito di una cosa così enorme, poi crescerà e, per estinguerlo, creerà altri esseri fragili e sporchi e in nulla autosufficienti che vomitano liquido verde amniotico. Dio che congiura enorme e universale è quella delle madri con la natura!
 Sa, non posso parlare a nome di tutte le madri né della natura, ma posso dirle perché ho deciso di fare un figlio. L’ho fatto per amore. No, non sbuffi, non è retorico. Non sto facendo il solito discorso melenso del donare amore al prossimo. Io l’ho fatto perché ha senso vivere la vita unicamente per amare e io voglio nella mia esistenza tutte le forme d’amore. Voglio essere amata come una madre, voglio amare come ama una madre. E’ qualcosa che non mi voglio negare anche se ne ho paura. Sì, ne ho paura. Sono meno incosciente di quanto crede. Ma sono pronta ad accettare anche che mio figlio mi odi. Sono pronta ad accettare che soffra, che muoia, che sia un pessimo essere umano o un uomo migliore di me, che provi paura, che faccia grandi cose o non faccia niente, che se ne vada lontano. Ci vuole coraggio nella vita. Sua madre l’ha avuto. Lei l’ha mai accettato?

martedì 12 aprile 2016

L'amore non è nulla


L'amore non è nulla. Nulla di diverso da te, dal tuo corpo,dal tuo spirito. Nulla di riconoscibile.
Tu ami quanto sei, ami come sei. 

L'amore non si canta, non si scrive, non si pensa.
L’amore che provi devi coglierlo come di sorpresa, un giorno un istante, in un fremito quando la persona che ami sta per andarsene, un giorno un istante, in una stretta quando incontri per caso i suoi occhi, in un accenno di sorriso quando cogli qualcosa di lei che tu solo conosci,un giorno un istante, nel calore familiare che ha la sua pelle. 

Un giorno un istante. E ancora un giorno e ancora un istante. E per infiniti giorni, infiniti istanti.

E’ un fiotto di sangue alla testa, una stretta al ventre, una dolcezza al cuore. 
E’ lo scarto doloroso tra l'istinto di protezione dell'altro da ogni cosa, anche da te stesso, e la consapevolezza di non poterlo fare, soprattutto non da te stesso. 

Devi conoscerlo l’ amore che sai provare. Bene come la linea delle sue sopracciglia, la curva del naso, lo spessore degli occhi, l’incavo di un fianco. Conoscerlo così profondamente, così oscuramente, da non poterlo dire neppure a te stesso. 

Sarà l’altro a sussurrartelo, un giorno una notte. Te lo sussurrerà, mandando la tua pelle a soffiartelo, i tuoi occhi a mostrartelo,le tue mani a spiegartelo, la tua bocca a insegnartelo, perché il suo amore ti conosce meglio di te stesso e lui è il mandante del tuo corpo. 

Sarà l’altro a dirtelo, che ha toccato il tuo fondo con la sua carne viva, con tutti i suoi sensi, come tu non ci potrai arrivare mai. E lui solo saprà quanto puoi essere profondo.

Amore, non fare l’errore di credere di poterlo catturare tra le due mani chiuse. Naviga libero nella tua anima, si protegge in porti,insenature e si infila nelle tempeste, ammaina e affonda, risale la spuma come se volasse, poi si riabbatte nella calma di un mare infinito, che gli riserva infiniti gioghi e infiniti gorghi. 

Amore è una fessura, uno sciame di attimi che volano via furiosi, amore è lo stupore di provarlo, è odio, contraddizione di te e dell’altro, amore è il sapore di un fiato e sapere di non potersene privare. 

E non è nulla di tutto questo. 
Perché l’amore non esiste. Non galleggia nell’aria, non riempie lo spazio, non si narra, non si trattiene. 
L’amore non esiste all’infuori di te.

E se l’amore non c’è, però ci sei tu con i tuoi sensi e le tue prove,le tue parole, le tue incostanze, le tue indecisioni, le contrazioni del tuo corpo,i vuoti e i pieni del tuo animo, il tuo coraggio da donare. 

L’amore non ha materia, sei tu la sua materia.
E ci sono tutti gli altri che esistono, e sono la materia del loro amore e sono la propria materia.
E allora, non capisci?, il mondo è un accostarsi di materie, di amori di carne e di animi infiniti. 
Non desiderare l’amore. Desidera gli uomini, la interminabile commovente profonda materia dei loro cuori.